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In margine a una recensione a “Come si diventa ‘Michelangelo'”

di Claudio Giunta

[Indice dei libri del mese, giugno 2011]

Nel numero di maggio 2011 dell’Indice dei libri del mese, Enrico Castelnuovo recensisce “A cosa serve Michelangelo di Tomaso Montanari e il mio “Come si diventa ‘Michelangelo'”. Questa è la mia replica, pubblicata sul numero successivo:

Gentile Direttore,

rispondo volentieri alla domanda che mi pone Enrico Castelnuovo sull’ultimo numero dell’Indice, recensendo A cosa serve Michelangelo? di Tomaso Montanari e il mio Come si diventa ‘Michelangelo’ (Un Buonarroti tascabile?). “Perché – si domanda E. C. – non dare qualche illustrazione dell’opera?”. Per due ragioni.

La prima è indicata nella penultima pagina del mio libro (oltre che in tutte le precedenti): “In tutta questa faccenda del crocifisso – che, ripeto, non importa se è di Michelangelo o di Sansovino, o se è stato fatto l’altroieri col pongo – ci sono parecchie cose che non mi piacciono: il giro dei soldi usciti anche dalle mie tasche, la retorica idiota da sindrome di Stendhal, le benedizioni dei vescovi, i panegirici degli assessori, gli immigrati musulmani accompagnati davanti alla Croce eccetera”. Vale a dire che il fatto che il crocifisso acquistato dallo Stato italiano sia o non sia di Michelangelo (un punto sul quale non ho le competenze per pronunciarmi) ha un’ovvia importanza su un piano generale, mentre ne ha molto poca all’interno del mio discorso.

La seconda ragione è che una fotografia del crocifisso non sarebbe servita a niente. Ce ne sarebbe voluta una dozzina. Ma in realtà anche cento fotografie sarebbero state inutili: dato che gli specialisti che hanno esaminato l’opera direttamente hanno idee opposte sull’attribuzione, un dossier fotografico sarebbe stato pura retorica (è ovviamente secondario il fatto che – come E. C. finge di ignorare – le Vele Einaudi non ammettano mai, e le Saggine Donzelli quasi mai, fotografie).

La colpa dell’equivoco è in parte mia. È comprensibile che, trovandosi di fronte a un libro che ha il nome di Michelangelo nel titolo, uno storico dell’arte come E. C. lo scambi per un libro di storia dell’arte. Ma Come si diventa ‘Michelangelo’ non è un libro di storia dell’arte: è un libro comico. Bisogna infatti avere un cuore di pietra per non morir dal ridere leggendo la prosa dell’assessore alla cultura, i resoconti dei giornalisti, gli auspici del vescovo, le dichiarazioni del ministro-poeta, le expertises degli anatomisti che scoprono una misteriosa ferita da taglio sul costato del Cristo, le antologie critiche che antologizzano i contributi pubblicati per intero nello stesso volume venti pagine prima, le frasi storiche (forse) pronunciate da storici dell’arte defunti, eccetera eccetera eccetera.

Il fatto che si tratti di umorismo involontario rende il tutto ancora più divertente. E sarebbe tutta quanta una lunga risata, da consegnare alla Storia Universale dell’Idiozia, se l’intera faccenda non si fosse risolta nell’esborso, da parte di uno Stato alla canna del gas, di tre milioni e 250 mila euro pagati “al noto antiquario torinese Giancarlo Gallino” (E. C.), e se il dibattito e la verifica non fossero stati gestiti nel modo cialtronesco e sconsiderato che Montanari ed io documentiamo.

Davanti a questo scempio, le preoccupazioni di E. C. sono le seguenti: (1) manca una foto del crocifisso, perciò di che stiamo parlando; (2) il mio libro e quello di Montanari escono uno a febbraio e l’altro a marzo (risposta: “E allora?”); (3) io dimostro scarsa accuratezza filologica perché, in una scena immaginaria, faccio pronunciare a un Longhi immaginario una frase scurrile, che “ove la si dati verso il 1960”, sarebbe “difficilmente accettabile da uno storico della lingua e da chi abbia conosciuto il modello del parlante” (eeeeh!?); (4) Montanari ed io potremmo non essere più amici (“i due autori sono, o almeno erano, amicissimi”), dato che io avrei “bruciato” il libro di Montanari uscendo un paio di settimane prima di lui.

Immagino che questo genere di eleganti insinuazioni usasse attorno all’anno 1960. Quanto a me, che vivo e scrivo nell’anno 2011, trovo sconcertante incontrarle in una recensione libraria all’interno di una rivista come l’Indice. Ciò detto, mi dispiace tanto per E. C. e per la sua Schadenfreude: certo, sempre amici, perché non dovremmo?

(PS. Per – direbbe E. C. – la Gründlichkeit: Ionesco, non Jonesco; avallare, non avvallare; reboante, non roboante).