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Il padiglione italiano alla Biennale di Venezia

di Roberto Pinto


Uno degli aspetti della realtà artistica italiana più difficile da spiegare ai colleghi stranieri è il modo in cui vengono selezionati direttori e curatori di spazi museali o di esposizioni. Nella maggior parte dei casi, infatti, curriculum, esperienze e idee non contano nulla. Al contrario, è sicuramente importante la rete di relazioni intessuta con il potere politico. Forse non accade nulla di diverso in altri ambiti, ma la presunta incomunicabilità dell’arte contemporanea, accanto all’idea che nella Patria dell’arte tutti abbiamo gli strumenti di giudizio a riguardo, ha forse esasperato tale italica caratteristica per cui, anche a ricoprire i ruoli più importanti e rappresentativi, non è raro trovare persone incompetenti.


Nell’intrattenere strette relazioni con il mondo politico Vittorio Sgarbi è sempre stato un maestro, comodo quando c’è da urlare e da insultare l’avversario, ma anche in grado di utilizzare la sua cultura e  il suo elegante argomentare  nei casi in cui può servire conversare con toni più morbidi e usare un eloquio forbito. Un uomo vincente e sempre dalla parte del vincitore. Dal mio personale punto di vista, di curatore e storico dell’arte, la sua nomina a curatore del Padiglione italiano è incongrua: innanzitutto perché più volte ha dichiarato il suo disinteresse nei confronti dell’arte contemporanea e un’esplicita avversione nei riguardi delle ricerche internazionalmente più avanzate, ma, soprattutto, a mio avviso, perché Sgarbi non avrebbe dovuto ricevere tale incarico in quanto non esperto della materia. Tale semplice ragionamento invaliderebbe qualsiasi tentativo di giustificare la sua nomina (e tutti i curatori dei Padiglioni delle altre nazioni sono la testimonianza più efficace della mie affermazione), ma siamo in Italia, dove molte cose sono permesse e dove siamo abituati a vedere personaggi ancora più discutibili in poltrone ben più importanti. Per chi non è addetto ai lavori, ricordo che la Biennale di Venezia, la nostra istituzione artistica più conosciuta all’estero, nata nel 1895, non solo è la mostra periodica più antica, ma probabilmente la più importante al mondo.

Le scelte operate da Vittorio Sgarbi hanno inizialmente sorpreso la maggior parte delle persone: smesse (apparentemente) le vesti narcisistiche di chi è in grado di definire ciò che è arte da ciò che non lo è —abdicando quindi dall’esercizio del potere di includere o escludere, che è privilegio di chi fa tale mestiere — ha voluto creare un meccanismo “democratico” di selezione. Ha, infatti, invitato un gruppo molto esteso di intellettuali e uomini di spettacolo, quasi 300 (da Giulio Giorello a Ennio Morricone, da Riccardo Muti a Sebastiano Vassalli), a cui ha chiesto di scegliere il proprio artista preferito al fine di invitarlo a esporre nel Padiglione italiano della Biennale di Venezia, traguardo ambitissimo nella carriera di ogni artista. Da tale gruppo di intellettuali sono stati esclusi proprio quelli che dovrebbero possedere gli strumenti storico-critici per scegliere, cioè gli storici e gli esperti d’arte contemporanea. “Una lobby internazionale”, come spesso usa dire Sgarbi, è stata dunque emarginata semplicemente perché non in linea con il suo pensiero sull’arte; e per ribadire tale concetto Sgarbi ha  sottotitolato il Padiglione con un eloquente “L’arte non è cosa nostra”, frase che allude sicuramente al discutibile Museo della Mafia, riallestito a Venezia  e proveniente da Salemi, ma soprattutto alle mafie che, secondo Sgarbi, impediscono alla vera arte di raggiungere la notorietà.

Che nell’arte contemporanea contino molto, troppo, mercato e gruppi di potere, non è una novità (discorso analogo si potrebbe fare per l’editoria, il mercato musicale, ecc.), ma  la proposta del personaggio televisivo ferrarese non è, in realtà, in controtendenza, visto che cerca semplicemente di confermare la tesi dell’inconsistenza dell’arte attuale, proponendo di sostituire il sapere con scelte intrise di populismo. In questa logica, quindi, è  meglio un quadro, anche se dipinto male e senza alcuna coscienza, ma che  conferma i “pregiudizi” su cosa sia l’arte, che non un’opera che si interroga sul proprio linguaggio e sul proprio tempo anche a costo di rimane oscura ai più. Poco importa se i lavori sono messi uno sopra l’altro e l’allestimento penalizza anche le opere più interessanti; anzi, meglio perché seguendo le peggiori abitudini curatoriali tanto denigrate, nella confusione l’unico nome che si ricorderà di questa biennale sarà quello di Vittorio Sgarbi.

Se, però, l’arte può essere vista come chiave per leggere il proprio tempo e la propria società bisognerebbe assegnare il massimo dei voti all’artista Sgarbi (dobbiamo ancora credere che si tratta di uno storico dell’arte o di un curatore?) perché il mercatino/luna park che ha creato con un milione di euro, che in epoca di tagli alla cultura non è esattamente pochissimo, è esattamente ciò che abbiamo di fronte ogni momento in televisione così come in politica: opinioni assolutamente prive di contenuto e di dati sono affiancate e confuse a giudizi fondati a informazioni documentate. Artisti importanti e pittori della domenica sono uno a fianco all’altro; nel caos ogni cosa vale quanto le altre, meriti e qualità possono essere azzerati. Il colpo di genio (di un genio del male ovviamente) di Vittorio Sgarbi è stato anche quello di cogliere uno degli aspetti più caratteristici dell’arte contemporanea —cioè la sua necessità di attraversare materie e contesti esondando dal suo ambito disciplinare per andare a dialogare con sociologia, antropologia, politica, economia, ecc. — per ridicolizzarlo e farne un fenomeno da baraccone. Roberta Smith sul New York Times del 2 giugno scrive che Sgarbi ha costruito un Padiglione: “ideato con un’incredibile e velenosa avversione all’arte: la mostra potrebbe costituire uno scandalo nazionale se l’Italia non fosse già tormentata da moltissimi altri”. Il padiglione italiano curato da Sgarbi, è triste dirlo, è il perfetto specchio dell’Italia di oggi. Un’Italia che ha subito la cultura televisiva-berlusconiana ancora più che la sua politica. Ne siamo stati travolti e, allo stesso tempo, ne siamo diventati complici (anche nostro malgrado). Tutti gli intellettuali che hanno accettato —  per vanità, per presenzialismo, per superficialità, per raccomandare un amico o perché si crede che gli altri siano tutti cialtroni e quindi ognuno può dire la sua — sono diventati complici di Sgarbi e della cultura che lui rappresenta. Soprattutto lo sono perché hanno accettato di affermare che ognuno può trasformarsi in esperto, che l’audience è meglio del giudizio di chi conosce.

Mi piacerebbe chiedere a Tullio De Mauro e a Marco Santagata se mi faranno scegliere un amico per fare l’introduzione ai loro saggi sulla lingua italiana, o su Petrarca; e lo stesso potrei chiedere a filosofi come Giorgio Agamben e Carlo Sini. Vorrei domandare a Roman Vlad se possiamo costituire una giuria popolare per scegliere il primo violino della sua orchestra e a Maurizio Cucchi se volesse stampare le sue poesie assieme a quelle di un mio caro amico poeta, che è così bravo.  Mi piacerebbe sapere da Marisa Volpi Orlandini e Lorenza Trucchi (ma anche da Salvatore Settis e Ferdinando Bologna) se è questo l’insegnamento di storia dell’arte che ci hanno lasciato, cioè che l’arte è qualcosa che concerne solo il gusto — a me piace il pollo, a te piace l’orata — e che quindi il loro giudizio di studiose è  pari a quello di Morgan o di Fabio Fazio. Mi domando perché solo pochi, pochissimi, artisti hanno rifiutato l’invito a tale triste banchetto. Non l’hanno fatto neanche artisti importanti, che hanno esposto alla biennale tante volte come Michelangelo Pistoletto o Jannis Kounellis e che in altre occasioni hanno avuto il coraggio di rifiutarsi di partecipare a mostre a cui non credevano. Non siamo più abituati a dire no o forse non siamo più abituati a credere che le cose si possano fare meglio di come siamo abituati, ma francamente se questo Padiglione con i suoi artisti e intellettuali, è il meglio della cultura italiana forse ci meritiamo Sgarbi e non capisco perché Bondi non sia più ministro della Cultura.