Archivio di maggio, 2011

Istruzione

“Quelli che però è lo stesso” di Silvia Dai Pra’ e “Il ruggito della madre tigre” di Amy Chua

  di Claudio Giunta

[Saturno, 13 maggio 2011]

In un paese meno distratto nel nostro, Quelli che però è lo stesso di Silvia Dai Pra’, diario di una giovane insegnante in una scuola professionale della periferia romana, avrebbe una risonanza non molto diversa da quella che ha avuto Gomorra. O anche maggiore, dato che la camorra riguarda solo un pezzo del paese, e uno può vivere tutta la vita senza mai vederla da vicino, mentre la scuola riguarda tutti.

Continua »

Non-fiction

Un incontro di Auden a Egilsstaðir, Islanda nord-orientale

  di Claudio Giunta

[in "451", aprile 2011]

Dato che l’Islanda è un’isola praticamente uniforme, la terra del fuoco dell’acqua e dei ghiacci, i racconti di viaggio in Islanda sono più o meno tutti uguali, e tutti piuttosto noiosi. Con cadenza più o meno ventennale l’Europa, generalmente la Gran Bretagna, ha mandato un suo emissario a visitare il paese – un missionario, uno specialista di saghe nordiche, un lord che non sa come ammazzare il tempo, una zitella milionaria con la mania dei climi freddi… E l’emissario torna e racconta sempre le stesse cose quasi sempre nello stesso ordine. Viaggio per mare, arrivo a Reykjavík, descrizione del villaggio, grande ospitalità degli abitanti nella loro dignitosissima povertà, dialogo in latino col parroco, acquisto o nolo dei cavalli, visita a Thingvellir, rotta a Nord per Akureyri, citazioni strategiche dalle saghe, estenuanti partite a scacchi aspettando che il tempo migliori, bicchierate con la gente che li ospita o che va a trovarli, ritorno costeggiando i ghiacciai, schizzi dei geyser, ornitologia, ritorno in patria. Niente musei, niente chiese, niente concerti, perché in Islanda non c’era niente del genere. Pochi imprevisti, tutti legati al clima o alle condizioni del mare. Nessun vero rischio se si sta in compagnia: non ci sono animali feroci, i sentieri sono segnati, le guide sono affidabili, non ci sono criminali perché non saprebbero dove scappare…

Scarica il saggio completo [PDF]:
Auden in Islanda

Cultura e società

L’assassinio è qualcosa da evitare

  di Claudio Giunta

[Il Mulino online, maggio 2011]

In frasi come “Non possiamo sparare, per ora” (Castelli) e “Si possono usare anche le armi” (Speroni), quello che resta sfocato è il soggetto. Noi chi? Chi è il noi che dovrebbe, materialmente, sparare? Chi è il si che potrebbe usare le armi? Risposta: i militari italiani; o la guardia costiera; o la polizia italiana. Certamente non il senatore Castelli, né l’eurodeputato Speroni. Non ci sono loro dietro quei pronomi: dell’omicidio s’incaricherebbero altri.

Nel 1937, dopo un viaggio in Spagna, il poeta Auden (sommo poeta! A quando un Meridiano di Auden?) scrisse la poesia Spain 1937 in cui diceva tra l’altro: “Domani le corse in bicicletta / per i borghi, nelle sere d’estate. Oggi la lotta. / Oggi la ricerca deliberata delle occasioni di morte. / L’accettazione cosciente della colpa per l’assassinio inevitabile”.

In Nel ventre della balena, George Orwell (sommo saggista, ancora non abbastanza letto in Italia) commenta così questi versi: “La seconda stanza è una descrizione concisa di un giorno qualsiasi nella vita di un ‘buon membro di partito’. Al mattino un paio di assassinii politici, una frettolosa colazione di lavoro e un pomeriggio pieno di impegni, alla sera le scritte sui muri e la distribuzione dei volantini. Tutto molto edificante. Ma notate la frase “assassinio inevitabile”. Questo può essere stato scritto solo da una persona per la quale assassinio è al massimo una parola. Personalmente non parlerei in termini tanto lievi di assassinio. Si dà il caso che io abbia visto innumerevoli corpi di uomini uccisi, e non voglio dire uccisi in battaglia, ma proprio assassinati. Perciò ho la concezione di ciò che significa assassinio – il terrore, l’odio, le urla strazianti dei parenti, il post-mortem, il sangue, la puzza. Per me l’assassinio è qualcosa da evitare, ed è così per tutte le persone normali. Gli Hitler e gli Stalin ritengono necessario l’assassinio, ma non manifestano mai la loro durezza d’animo, e non usano mai la parola assassinare: usano liquidare, eliminare, o qualche altra suadente parola. Il tipo di amoralità di Auden è possibile solo se si è il tipo di persona che, guarda caso, non c’è mai quando viene premuto il grilletto”.

Chi ha visto ammazzare qualcuno non parla a cuor leggero dell’omicidio (né usa con facilità quegli eufemismi vigliacchi che sono sparare o usare le armi). Chi lo fa, ha di solito una ben misera esperienza della vita (e infatti queste frasi di solito stanno sulla bocca dei ragazzini un po’ gradassi), e soprattutto è sicuro che non toccherà mai a lui premere il grilletto. Immagino che molti simpatizzanti del senatore Castelli e dell’eurodeputato Speroni abbiano apprezzato le loro parole come prova di forza e risolutezza. Invece è viltà.