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Recensione a “Diario” di Bellocchio e Berardinelli

di Alberto Saibene



[L’Indice, maggio 2011]

Piergiorgio Bellocchio e Alfonso Berardinelli
Diario 1985-1993, Quodlibet, Macerata 2010 (pp. 855 – 46 euro).

Anche se molti saggi sono stati raccolti dai suoi autori in diversi libri, suscita una forte impressione la “riproduzione fotografica integrale” dei dieci numeri di «Diario», la rivista nata con l’esaurirsi dei «Quaderni Piacentini», che unì, in un’impresa solitaria, Piergiorgio Bellocchio e Alfonso Berardinelli tra il 1985 e il 1993.

Ogni fascicolo, nella sua austera eleganza, comprendeva un saggio di kulturkritik o di critica letteraria dei due “direttori” a cui si affiancava una scelta antologica di classici inattuali come Kierkegaard e Leopardi a cui seguirono Baudelaire, Thoreau, Tolstoj, fino ad autori eterodossi del XX secolo come Simone Weil e Orwell. È sufficiente questa lista di predilezioni per comprendere come si indicasse una strada che prescindeva da Marx e da tutto il marxismo-leninismo degli anni sessanta-settanta che, soprattutto per quei decenni, aveva il torto di offrire strumenti d’interpretazione superati per una società che stava cambiano e che avrebbe completato il suo cambiamento proprio durante gli anni ottanta. Il modello a cui si pensa è il giornalismo inattuale della «Die Fackel» di Karl Kraus.

I bersagli polemici hanno un nome e cognome: Umberto Eco, novello romanziere, e il suo teppismo culturale, l’elitismo di massa e la conseguente corruzione del laicismo de « la Repubblica» di Eugenio Scalfari, il teologismo di Papa Wojtila, fino a bersagli minori ma colti con irresistibile cattiveria nella vacua ripetitività dei loro ragionamenti come Cioran, Alberoni, Severino, Cacciari, Asor Rosa, Citati e altri ancora, la maggior parte dei quali ancora in servizio permanente attivo. Anche le mode culturali sono messe alla berlina: gli ultimi anni della semiologia, gli psicologismi di massa, l’ansia di aggiornamento degli intellettuali di sinistra, pronti a sacrificare tutta la propria storia, per essere up to date. Il disastro di Chernobyl (1986) certifica l’esistenza di un pensiero unico che ha l’effetto di omologare la tradizione marxista a quella borghese liberale: entrambe spacciano una teologia immanentistica della Storia nutrita dai concetti non più distinti di Progresso e Sviluppo. Ogni possibilità di dissenso è eliminata.

In campo intellettuale si segnala l’altolà alla cultura nel complesso reazionaria (Jünger, Schmitt, Heidegger) proposta dall’Adelphi di Roberto Calasso (che è diversa da quella di Luciano Foà). Più in generale a dare il tono alla rivista è la critica a una società dominata dai valori effimeri dell’apparire, dall’eccesso di presenza in cui i nuovi eroi sono i pubblicitari, i giornalisti, gli stilisti, gli intellettuali prêt-à-porter che si esprimono per slogan (la lunga marcia attraverso le istituzioni del Gruppo ’63). Si ritorna sulla persistenza del familismo amorale preso a modello (gli Agnelli), sull’adorazione per il machiavellismo (Andreotti. Chi non ricorda che in quegli anni i suoi libri erano bestsellers?). Nuova è invece l’idolatria per il denaro, per la figura del manager (cosa altro è Craxi?) che si impone attraverso uno stile di vita definito dai consumi tra le fanfare ottimistiche dei programmi di Arbore e compagni.

Da una posizione defilata, inattuale, diciamo pure aristocratica, B&B reagiscono con estrema lucidità: il genocidio che ha colpito il mondo contadino ha travolto ora il mondo piccolo-borghese e il suo sistema di valori (prudenza, risparmio, decoro), esecrabile finché si vuole, ma che garantiva un minimo di convivenza civile. È lo sfaldamento dell’Italia democristiana. Scompaiono anche gli interlocutori possibili come Calvino e Pasolini, mentre vanno per la maggiore gli «stili dell’estremismo», tra l’orfico e il sapienziale, della scrittura manierista di Fortini, Zolla, Tronti e Calasso, in un panorama dove il modello è la letteratura senza impegno di Jorge Luis Borges (bravissimo per carità, ma…). Le notazioni più letterarie appartengono a Berardinelli, nel suo periodo migliore, ma si finisce per ammirare di più lo stile di Bellocchio che ha sintesi fulminee alla Altan, è un causeur naturale e restituisce il cambiamento dell’intera società partendo da osservazioni di vita quotidiana.

Gli anni che si chiudono con la caduta del muro di Berlino e con Tangentopoli trovano in questo libro uno strumento di interpretazione di grande valore. Nella premessa (febbraio 2010) i due autori considerano “quegli anni i più liberamente e felicemente produttivi della propria attività letteraria. Scrivendo «Diario», ci siamo sentiti politicamente impegnati come mai prima”.

Non si può che sottoscrivere.