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L’università va rifatta, non riformata

di Marco Filoni


[IL – Mensile del Sole 24 ore, gennaio 2011]

Riforma dell’università. Se andassimo a cercare negli archivi dell’italica repubblica, troveremmo che l’espressione accompagna la nostra storia recente ben più di quanto si immagini. «Del riformare» potrebbe essere il titolo aulico delle intenzioni ministeriali, dalla fine dell’Ottocento ai giorni nostri. Ma siamo davvero sicuri che sia corretto voler riformare il nostro sistema di studi universitari? Si riforma ciò che esiste, che conserva una sua vitalità, che s’innova in una tradizione e che sviluppa ancora qualche sua possibilità. Invece il quadro che abbiamo di fronte è ben altro: un modello, quello universitario, morto e sepolto. E, molto banalmente, non si può riformare qualcosa che non ha più vita. Bisognerebbe piuttosto rivoluzionare il modello che sottende il sistema universitario.

Per comprendere questa necessità è utile richiamare il processo storico che ha portato l’università in uno stato di crisi perenne. Il filosofo napoletano Pietro Piovani, in un celebre scritto sulla Morte (e trasfigurazione?) dell’università del 1979, esprimeva con parole esemplari la difficoltà di comprendere la situazione dell’istituzione universitaria inserita in una tradizione, senza che di questa tradizione le giovani generazioni si sentano partecipi. In effetti è molto arduo capire il “problema” università, a volte anche per chi ci lavora. Soltanto negli ultimi decenni sono state formulate leggi e riforme, molte delle quali rimaste incompiute (senza cioè i decreti attuativi che le rendano effettive), che si sono stratificate le une sulle altre. Tanto che il coordinamento dei ricercatori dell’Università di Pisa ha ritenuto necessario preparare un “kit per la stampa” (scaricabile presso molti siti): ovvero una sorta di punto della situazione che aiuti a comprendere le ragioni della protesta rispetto all’ultima riforma, in ordine di tempo, del ministro Gelmini.

Ora, al di là di detrattori o sostenitori di questa riforma, forse val la pena provare a inserire il dibattito in un contesto più ampio. Ovvero quello che coinvolge l’università in quanto istituzione, che vive una crisi – innegabile, per quanto assente dal dibattito – che dura da più d’un secolo. Leggiamo queste parole: «Perché all’Università la scienza libera ci arrivi, bisogna che la società sia di tale assetto da produrne gli incentivi e le condizioni d’esistenza. Coteste condizioni sono ora tali da permettere alla scienza di svolgersi fuori della cerchia dell’insegnamento in innumerevoli funzioni sociali. L’Università, in somma, come è ora, è essa stessa un riflesso e un risultato della vita sociale». Sono di Antonio Labriola, pronunciate nel 1897. Le sue sono fra le pagine più alte sul problema universitario in Italia, talmente alte che restano valide ancora oggi. Peccato che furono censurate: il suo testo non fu accolto nell’Annuario dell’Università di Roma, ma pubblicato in opuscolo da Benedetto Croce a Napoli.

Il tema che affrontava era di un’unione, una – diremmo oggi – sinergia fra scuola, università e società. Cadde nel vuoto: il discorso era rivolto alla così detta società civile, che però ne rimase indifferente. Da allora non è cambiato poi molto. Andrebbe riaperto il dibattito, portarlo su un piano più alto, ovvero del significato culturale e sociale dell’istituzione universitaria. Già, pare che non ci si sia accorti che la società ha cambiato in modo radicale la sua composizione sociale, gli obiettivi culturali, gli stili di vita, le strutture economiche e anche i suoi valori. Invece si parla di riforme senza tener conto che ciò che si vuol riformare non è qualcosa di staccato dal mondo reale.

Al contrario, è proprio questa trasformazione sociale che ha prodotto la crisi dell’università. Quando fu pensata in Europa, nell’Ottocento, era stata costruita in termini elitari. Quando l’università è diventata di massa non la si è ripensata nella sua struttura, ma è stato mantenuto quel vecchio modello – che però oggi non sopporta, nemmeno in termini economici, una sua trasformazione: al salto di qualità è stata data solo una risposta quantitativa. Va detto: è stato un grande modello, uscito da un dibattito altrettanto grande nel quale ritroviamo i nomi di von Humboldt, Fichte, Schelling, Schleiermacher, Hegel, all’ombra del vecchio Kant. Ma bisogna riconoscere che quell’idea e quel modello non esistono più, sono praticamente scomparsi. È necessario perciò riformulare l’istituzione a partire dai suoi scopi: a cosa serve l’insegnamento superiore universitario oggi? Serve alla ricerca, creativa e innovativa? Oppure serve all’insegnamento, cioè all’avviamento alle professioni? In altre parole: qual è il compito dell’università, quello eminentemente educativo, oppure quello di strumento di istruzione?

Finora abbiamo tenuto insieme entrambe le prerogative. Col risultato, deludente, che la ricerca è diventata episodica. Mentre l’avviamento alle professioni sempre più specializzato, e comunque legato alla sola formazione a scapito dell’educazione. Per fare un esempio: prendiamo uno scienziato, che ha la formazione adeguata a fare il suo mestiere. Ma quando si interroga sulle proprie ricerche, non più come scienziato ma come uomo (si pensi alla bioetica e a tutte le questioni sui limiti della scienza), allora vediamo ricomparire l’eterna questione del bene e del male – cioè, detto altrimenti, il problema politico, che fu già aristotelico, del senso dell’educazione.

In questo quadro, nel quale andrebbero ripensate più d’una delle idee del sistema universitario ed educativo del nostro paese, si capisce perché non si può continuare a parlare di riforma. Il vecchio modello, non più utilizzabile e non più riformabile, va messo semplicemente da parte. Tesi banalissima, talmente ovvia da non aver meritato l’attenzione dei nostri “intellettuali” e uomini politici responsabili. Salvo rare eccezioni che confermano la regola: Pasquale Villari, Francesco De Sanctis, Benedetto Croce, Giorgio Pasquali, Piero Calamandrei, Adolfo Omodeo e Pietro Piovani. Alcuni di loro pensavano che il linguaggio della riforma (qualsiasi riforma) è l’alibi della cattiva coscienza di universitari pedanti e di politici senza idee: così Croce, che riferendosi a Gentile scrisse di una riforma «che la maggioranza, o, se piace meglio, la minoranza efficace e dominante dei professori non vuole, perché profitta assai bene degli abusi e del disordine presente».

Insomma, sin dai primi del Novecento il sistema universitario è stato visto da qualche persona di buon senso come paradossale, inefficace, antiscientifico e antieducativo. Non si è fatto molto. Anzi, quel sistema non solo non è stato intaccato, ma accuratamente perfezionato in un industriale “esamificio”: un neologismo felice contro il quale si scagliava già il grande filologo Giorgio Pasquali nel 1920, mettendolo a confronto con la tradizione anglosassone.

L’università non ha più bisogno di riforme, ma appunto di una “rivoluzione”. Un ripensamento radicale, sin dalle sue fondamenta, attento alla realtà sociale ed economica, capace di educare e non soltanto di istruire. Un’università che abbia un progetto, ciò che un tempo era chiamata una visione del mondo, ovvero un’idea chiara di come si voglia il proprio mondo. Non si può, non è educativo, né morale e tanto meno politico (nel senso nobile del termine) lasciare questa funzione alla televisione o al volubile spirito del tempo presente. In questo senso fanno riflettere le parole di un grande intellettuale, Livio Sichirollo, attento al proprio tempo e alla questione dell’università. Scritte in tempi non sospetti, più di dieci anni fa, apparvero come introduzione a una raccolta di saggi che conteneva tutti gli autori richiamati finora, sotto il felice titolo Il resistibile declino dell’università – purtroppo, rimaste inascoltate. Eccole: «Le insofferenze talora violente del mondo studentesco e degli insegnanti più giovani si sono manifestate all’insegna di un bisogno di educazione, quindi di una esigenza morale. Certo, il giovane e la società cercano anche professioni qualificate, cioè istruzione. L’attuale università come centro di vita intellettuale e morale, come educazione a uno stile di vita non li interessa più e comunque non interessano loro quei valori, stabili, di una società stabile che non esiste più perché si è trasformata, senza che né la politica né il corpo docente ne prendesse coscienza: abbiamo fatto un organo meramente amministrativo del luogo, del solo luogo dove i valori debbono esser posti in discussione e l’istruzione nei suoi fini sia un oggetto di riflessione, cioè di educazione. Esigenza che le ultimi generazioni vivono con intensità e soddisfano in altri luoghi e centri, non senza contraddizioni, inquietudine e disagio».