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Perché a Natale ci toccano i cinepanettoni

di Giacomo Manzoli


Le vacanze di Natale, per ovvie ragioni climatiche, sono per definizione il periodo in cui si ha più tempo e voglia di andare al cinema. Peccato che sia anche il periodo in cui c’è meno da vedere. Se si guarda infatti il giroscopio delle principali città italiane ci si accorge che l’offerta è decisamente più povera rispetto al resto dell’anno. L’offerta – per modo di dire – più decorosa riguarda una serie di film indipendenti delle sale gestite da Circuito Cinema.

Piccoli film creativi che possono piacere o non piacere, ma comunque “guardabili”. Peccato che la maggior parte di questi fosse letteralmente in cantina, in attesa di essere tirati fuori al momento opportuno. Due esempi per tutti. Precious – dramma devastante su un’adolescente obesa, poverissima, semiritardata, afroamericana, incinta e vessata da una madre abominevole – è uscito negli Usa il 30 novembre 2009 (ma era andato al Sundance il 16 gennaio, sì, gennaio duemilanove, avete letto bene). In Francia era uscito nel maggio 2009, in Libano nel maggio 2010. In Italia – ultimo paese al mondo – è uscito il 3 dicembre. American Life, esile commedia che pare scritta da Bauman (voglia di comunità, erba di casa mia…) è uscita negli Usa il 5 giugno 2009. A novembre dello stesso anno in Francia, a giugno del 2010 a Panama. Ovviamente, l’Italia è l’ultimo paese al mondo in cui è uscito (17 dicembre 2010).

Il resto, però, è ancor più avvilente. Nei restanti cinema del territorio, il giorno di Natale, la scelta era fra soli cinque titoli: il Muccino di Un altro mondo (commedia tardo-adolescenziale; Universal), La bellezza del somaro di Castellitto (commedia tardo-senile, Warner), La banda dei Babbi Natale di Aldo, Giovanni e Giacomo (tre grandi comici in disarmo; Medusa), The Tourist con Johnny Depp e Angelina Jolie (thriller pretestuoso e sconclusionato; 01) il fatidico cinepanettone, Natale in Sudafrica, un film la cui scena più raffinata ruota attorno ai peti di un ippopotamo (Filmauro). Ciascuno di questi film occupa dalle tre alle otto sale in tutte le città capozona.

Chi si chiede perché, mentre in tutti gli altri paesi escono tutti i colossal più spettacolari (The Fighter, Black Swan, Il grinta…) in Italia siamo ridotti a questo, ricordi che lo scorso anno il supercolossal di James Cameron, Avatar, ha avuto un’uscita sincronizzata in tutto il mondo. In tutto il mondo – compreso il Libano e Panama – hanno potuto vederlo PRIMA o DURANTE il Natale. In Italia – penultimo paese al mondo, in questo caso l’ultimo è stato la Georgia, ma c’era la guerra – Avatar è uscito il 16 gennaio 2010. Venti giorni DOPO il Natale.

Se vuole capire il perché di questo fenomeno allucinante, che ci colloca ben oltre i confini della periferia dell’Impero, sappia che in termini tecnici si chiama block booking. I distributori hanno il coltello dalla parte del manico. Decidono ragionando come un trust e gli esercenti devono prendersi quello che viene loro concesso. Allora, siccome sotto Natale la gente va comunque al cinema, c’è chi approfitta per vendere roba polverosa, oppure raccomandata, oppure che richiede forti investimenti e che sarebbe a rischio se ci si esponesse alla normale dinamica della domanda e dell’offerta. È come se, in cerca di pandoro, trovaste sugli scaffali solo panettoni glassati. Siccome un dolce lo dovete mettere in tavola per il cenone, alla fine comprereste quello, anche se non è il prodotto che volevate. Il tutto al prezzo esorbitante di 8/10 euro a biglietto.

È un sistema, ingiusto, che penalizza lo spettatore. Alla lunga è un sistema stupido, che danneggia anche il cinema in sala nel suo complesso per l’interesse di pochi soggetti che godono di una posizione dominante. Ha funzionato per vent’anni. Ora è da furbetti del quartierino. Fa pena e fa schifo. Poi possono anche dire che i mali del cinema italiano sono nel taglio del FUS, ma chi gestisce il settore sta facendo di tutto per accelerare l’estinzione del cinema propriamente detto. Si può fregare lo spettatore quando non ha alternative. Quando le alternative ci sono, prima o poi si usano. Meglio Muccino/Castellitto o la Wii? Meglio Neri Parenti e il Trio o la Playstation? Meglio la Jolie che rifà per l’ennesima volta Tomb Rider o meglio recuperare le puntate di Lost o dei Sopranos smarrite per strada? Chi può, corre ai ripari. Infatti gli incassi complessivi sono ancora calati significativamente. Chi non può, accetta con rassegnazione consapevole di farsi imbrogliare.

È una cosa grave, specie in un periodo di tagli alla cultura (anche cinematografica) e di chiusura delle sale. Speriamo che prima o poi qualcuno lo capisca. Nel frattempo, chi ha figli li accontenti e chi non li ha si affitti un bambino per godere dell’offerta di cartoni animati e film in 3D. Quelli sì, abbondanti e di alto livello. Perché, in fatto di gusti cinematografici, i bambini sono più svegli degli adulti e non c’è verso di costringerli a vedere qualcosa che non li interessa veramente.

A questo proposito, una nota da approfondire. Chi ha visto Cattivissimo Me o Megamind (lo scienziato pazzo che, dopo aver conquistato il mondo, tappezza i muri con la scritta «No we can’t»), si sarà reso conto ancora una volta di ciò che era già chiaro a chi aveva avuto il privilegio di vedere i vari Shrek, Toy Story, Monsters & Co., Le follie dell’imperatore, Up, Wall-e, e tanti altri capolavori usciti nell’ultimo decennio. Mentre il cinema ‘in carne e ossa’ agonizza, i cartoons sono luogo di clamorosa e spregiudicata sperimentazione. Trame articolate e profondissime, dove l’ambivalenza morale si accompagna a intricati giochi intertestuali (high concept a go-go). Variazioni continue del registro. Invenzioni iconografiche strepitose e originalità visuale da far impallidire quelle pompose cattedrali del nulla che sono i musei d’arte contemporanea.

Mi chiede l’amico Claudio Giunta chi è che fa veramente un film. Dipende dal film, ovviamente. Ma, come per la Hollywood degli anni Trenta (Golden Hollywood, appunto) i grandi film li fa il pubblico. Nel senso dei grandi apparati che sono capaci di coordinare l’apporto creativo di una miriade di intelligenze (intelligenza collettiva, così la chiamava Pierre Levy), selezionandole sulla base di un costante feedback con spettatori che sembrano stupidi (bambini e genitori) ma che stupidi non sono per niente e che, soprattutto, partecipano veramente all’oggetto della loro passione. Pura industria culturale al suo meglio, senza sovrastrutture.

Giacomo Manzoli