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Intervista a Alvaro Siza

di Claudio Giunta


[«Corriere fiorentino»,7 maggio 2010]

Oggi si chiamano archistar quella dozzina di architetti che tutti quanti conoscono e che collezionano progetti e lauree honoris causa in mezzo mondo, celebrati come i grandi scrittori ma pagati come gli attori di Hollywood: il massimo.

Alvaro Siza è un archistar piuttosto speciale. Ha costruito alcuni dei più belli tra gli edifici moderni (io ho un debole per il Museo della Fondazione Camargo a Porto Alegre e per la Biblioteca di Viana do Castelo, in Portogallo, lunghi parallelepipedi bianchi allungati sull’acqua) ma non viaggia con l’aereo personale, non si porta al seguito una comitiva di portaborse, non sembra avere un debole per la bella vita, è (ancora) di sinistra. A 77 anni continua a lavorare, tutti i giorni, nel suo studio di Porto: insieme a 25 collaboratori disegna, progetta e combatte contro le sempre più assurde norme burocratiche europee («l’ostacolo principale per il lavoro di un architetto, oggi»).

L’Osservatorio sull’Architettura della Fondazione Targetti e A AS Architecture lo hanno invitato ieri a Firenze per tenere una lezione a Palazzo Vecchio (l’hanno chiamata Lecture Performance ma quello è, una lezione) e il Comune gli ha dato le chiavi della città. Un po’ prima della lezione c’è stato il tempo per una conversazione molto piacevole sull’architettura e su altre cose, in italiano perché Siza parla (insieme, credo, a tutte le altre lingue) italiano.

«L’ho imparato qua e là. Sono venuto spesso in Italia, ho lavorato a Salemi, in Sicilia, mi invitano spesso a Venezia e in altre università. Ma all’Italia sono legato in particolare per due ragioni. La prima è che nel mio studio c’è sempre qualche giovane architetto che viene dall’Italia: il programma Erasmus [che facilita la mobilità degli studenti in Europa] è una delle cose migliori che sono venute con l’unità europea. L’altra è che la mia formazione di architetto deve molto all’Italia».

Agli antichi o ai moderni?

«Tutti e due. Ovviamente, essere a Firenze per me vuol dire poter andare, domattina, a vedere la Cappella dei Pazzi e la Laurenziana, vuol dire Michelangelo. Ma quand’ero giovane l’architettura italiana era una di quelle più amate e più influenti in Portogallo: ricordo ancora l’impressione che mi fece vedere, da studente, le cose di Terragni, di Libera. Sono stati fondamentali, insieme a Le Corbusier, a Aalto, ai brasiliani…».

Il lavoro di architetto è cambiato molto, da allora?

«Molto. E non necessariamente in meglio. Mi preoccupano soprattutto tre cose. La prima è l’assurda proliferazione di norme sempre più costrittive e irrazionali. I progetti architettonici sono sempre meno liberi: occorre tenere conto di un numero incredibile di leggi e regole che cambiano a un ritmo irragionevole. La scritta Exit dev’essere verde fosforescente, gli estintori per i pompieri devono essere rossi, le porte devono essere di questa misura e non di un’altra, ci dev’essere l’impianto per l’aria condizionata (anche per le costruzioni che stanno davanti all’Oceano, che è una follia). Le ringhiere devono essere alte tot, altrimenti i bambini cadono di sotto… Sono tutte cose necessarie, ma sono anche cose che condizionano negativamente il lavoro di un architetto. Gran parte del mio tempo la passo cercando il modo di ottemperare a queste norme senza snaturare troppo il progetto: è una fatica ingrata».

Dev’essere davvero una fatica ingrata, dato che Siza lo ripete più di una volta durante la conversazione. È olimpico, il ritratto del saggio: beve whisky, fuma lentamente il sigaro, ma il pensiero che un «Movimento per l’Imposizione delle Cose Brutte», nei sotterranei della Comunità Europea a Bruxelles, lavori contro di lui sembra riuscire a turbarlo davvero.

«La seconda cosa che mi preoccupa è il fatto che all’architetto oggi si chiede soltanto di consegnare un progetto, non di realizzarlo. Si è aperta una voragine tra la persona che pensa e disegna e la persona che costruisce materialmente l’edificio, in cantiere. Ho lavorato a Berlino, e una volta sono andato in cantiere per spiegare agli operai in che modo volevo che fossero disposte le piastrelle sulle colonne. Il giorno dopo mi hanno richiamato, dicendo che non era mio compito parlare con gli operai… Non è così che bisognerebbe lavorare: un grande architetto come Carlo Scarpa aveva i suoi artigiani, lavorava con loro, e quello è il modo giusto di fare. La terza cosa preoccupante è la mancanza di partecipazione».

Per spiegare la «partecipazione» bisogna sapere che negli anni Settanta Siza ha lavorato al SAAL, un progetto di edilizia popolare, tra Porto e Lisbona, nel quale architetti e cittadini parlavano, lavoravano insieme per trovare soluzioni che fossero insieme belle e funzionali. Può darsi che in tutto questo ci fosse un po’ di retorica gauchiste, ma insomma le case popolari di Siza sono davvero piuttosto belle.

«Oggi gli architetti progettano quasi sempre senza sapere chi effettivamente userà i loro progetti, chi vivrà nelle case che loro disegnano. È un problema cruciale, e che interessa anche l’Italia, Firenze, per una ragione molto elementare. Le comunità nazionali non sono più comunità ‘semplici’. Ci sono gli immigrati, e l’architettura deve tenere conto del diverso tipo di vita che gli immigrati vivono. Non ha molto senso imporre a tutti gli stessi edifici. Anni fa ho progettato un complesso abitativo a L’Aja, in Olanda. Era un quartiere difficile, pieno di immigrati musulmani. Le loro esigenze erano ovviamente diverse da quelle degli olandesi: avevano, hanno, un modo diverso di vivere, un diverso senso diverso della privacy. Costruendo il complesso ho tenuto conto di queste differenze, ho parlato con le persone che ci avrebbero abitato, e nel limite del possibile ho soddisfatto le loro richieste. Sono tornato anni dopo, e il quartiere non è degradato: segno che quel genere di partecipazione funziona. Forse, senza retorica, bisognerebbe tornare a pensare a quello dell’architetto come a un lavoro sociale, che non si fa soltanto nel chiuso dello studio».