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Una moratoria per le riviste accademiche?

di Claudio Giunta


Qualche anno fa un editore universitario mi contattò per chiedermi se volevo dirigere una nuova rivista dedicata alla letteratura italiana del Medioevo: c’era spazio, secondo loro, per un’iniziativa del genere. Spazio, cioè richiesta, mercato. Con commovente disinteresse risposi che (1) ero troppo giovane per un impegno del genere, che richiede non solo competenze ma anche conoscenze, potere, autonomia; (2) avrei presto lasciato gli studi medievistici; (3) non credevo affatto che ci fosse bisogno di una nuova rivista di studi medievali: anzi, mi sembrava che ce ne fossero anche troppe. Naturalmente non è stato difficile trovare un altro direttore (che ora si fregia del titolo, ignaro di essere il mio sostituto), e la rivista è nata lo stesso, e la si può trovare adesso sugli scaffali delle biblioteche universitarie insieme alle decine di altre che gli studiosi sfogliano o spogliano (cioè, più spesso, non sfogliano e non spogliano) periodicamente per aggiornarsi. Alla fine, dunque, tutti contenti: la casa editrice, il Direttore, gli studiosi che hanno un’occasione in più per pubblicare i loro studi e un’altra sede di dibattito. O no?

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