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Versi a un destinatario. Saggio sulla poesia italiana del Medioevo

di Claudio Giunta

La poesia è per noi introspezione, ricordo, analisi dei sentimenti individuali: in una parola, lirica. Ma questo monopolio della soggettività è un fenomeno moderno. Nel sistema dei generi medievali, la poesia ebbe un ruolo diverso: essa infatti servì spesso a comunicare nozioni e idee sulla realtà oggettiva che oggi giudicheremmo comunicabili soltanto attraverso la prosa. Questo impegno nella sfera della politica, della morale, della religione influenzò, a sua volta, la retorica dei testi. Ai monologhi dei poeti d’amore si affiancarono i dialoghi, reali o simulati, con interlocutori che dovevano essere istruiti o persuasi. E’ nella tenzone, nello scambio di sonetti o di canzoni tra corrispondenti, che questa istanza dialogica si manifesta con più chiarezza; ma in maniera ora più ora meno evidente essa affiora in tutti i principali generi della poesia medievale, dal comico-realistico allo spirituale, alla stessa lirica amorosa. La vocazione al dialogo e al realismo – cioè alla riflessione e al giudizio “militante” sugli aspetti più vari dell’esistenza umana – dice che cosa sia stata la poesia del Medioevo e in che cosa essa si differenzi da quella, monotematica e monologica, di molti moderni. Contro le interpretazioni che cercano nella lingua e nello stile dei testi la chiave per una definizione della poesia medievale, occorre interrogarsi, innanzitutto, su questa duplice apertura, nei contenuti e nella forma retorica; di che cosa, e a chi, nel passato, hanno potuto parlare i poeti