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Codici. Saggi sulla poesia del Medioevo

di Claudio Giunta


Il linguaggio della poesia medievale non è un linguaggio autonomo: un linguaggio, cioè, che possa essere separato con nettezza da quello usato negli altri generi del discorso letterario e non letterario. E’ possibile che questa sia la condizione della “pura” lirica moderna, ma non di quella dei poeti medievali. Per capire quest’ultima occorre, al contrario, fare luce sui molti linguaggi – i codici, appunto – che contribuiscono a definirne la fisionomia. Così, per esempio, la canzone dell’eretico Matteo, la più famosa ballata di Guido Cavalcanti, un sonetto politico di Dante, gli indovinelli del Burchiello possono essere compresi solo attraverso un duplice confronto: con il linguaggio e con le convenzioni retoriche del genere poetico cui essi appartengono; e con quei linguaggi cosiddetti “speciali” o “settoriali” che vengono adoperati nelle diverse circostanze della vita sociale (l’atto notarile, la preghiera, il testamento, la lettera ecc.), e che la poesia antica, al contrario di quella moderna, sfrutta come una risorsa.

Indice: Introduzione. – Parte prima: Testi. – I. Il sonetto dantesco “Se vedi gli occhi miei” e le allegorie del malgoverno di Ambrogio Lorenzetti. – II. Guido Cavalcanti, “Perch’i’ no spero di tornar giammai”. – III. Letteratura ed eresia nel Duecento: il caso di Matteo Paterino. – IV. Due poesie probabilmente duecentesche nel codice Mezzabarba. – V. La tenzone tra ser Luporo e Castruccio Castracani. – Parte seconda: Generi. – VI. Sul ‘mottetto’ di Guido Cavalcanti. – VII. Sulla ‘vestizione’ delle ballate nel Medioevo. – VIII. Sulle tenzoni di Burchiello. – Parte terza: Metodo. – IX. Espressionismo medievale? – X. Generi non letterari e poesia delle origini. – XI. Poesie che commentano poesie nel Medioevo: il caso di Guittone d’Arezzo. – Bibliografia.