Cose che riguardano l'Italia

Davvero pochi soldi, ben spesi. E ora?


  di Riccardo Viriglio


[Il Mulino online, 13 maggio 2013]

L’11 aprile 2013 il M5S ha reso noto su Internet di aver raccolto € 774.208,05 e speso € 348.506,49 per l’ultima campagna elettorale. Mi pare così provata la tesi di un mio precedente articolo: questo partito ha condotto una campagna efficace, poco dispendiosa, basata solo su donazioni e volontariato, sebbene nelle democrazie occidentali i costi per le campagne elettorali degli ultimi anni abbiano raggiunto cifre iperboliche.

Sennonché questa diffusione di dati rappresenta un miscuglio di autonomia ed eteronomia, ma capace al contempo di svelare una realtà sorprendente: oggi la legge non garantisce a tutti di conoscere facilmente (in Internet, da unica fonte) chi e quanto abbia finanziato un partito o un candidato per l’elezione a Camera e Senato, né prima, né durante, né dopo la campagna elettorale.

Nessuna norma imponeva al M5S questa diffusione.

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    Viaggi

    La superficie del Bangladesh


      di Claudio Giunta


    [www.internazionale.it]

    «Lo vedi? Eh? Lo vedi il Bangladesh?», e punta il dito sulla cartina, non precisamente sul Bangladesh ma sul mare un po’ più in basso, picchietta il dito sul Golfo del Bengala. Ci siamo incontrati mezzo minuto fa, in Italia ci daremmo del lei, a Parigi ci daremmo del lei, ma qui no, qui è tutto così svaccato, l’aria della sera è così calda e appiccicosa da far sembrare ridicolo qualsiasi ossequio alle convenzioni, una fatica sprecata. L’impressione è che, trascinati dal clima e dalla distanza da casa, nei prossimi cinque minuti potremmo anche abbracciarci, oppure metterci le mani alla gola. «Lo vedi? Il Bangladesh è proprio il buco del culo del mondo. Queste sono le chiappe», picchietta sull’India e sull’Himalaya, ma voleva picchiettare sulla Birmania. «Ecco, ecco la costa che rientra… E sai qual è la cosa divertente? Che il Bangladesh cià anche il puzzo del buco del culo, senti no? Cioè, è proprio il buco del culo del mondo…». L’uomo che mi sta parlando è un cinquantenne tarchiato, calvo, con una faccia simpatica che assomiglia un po’ a quella di Arrigo Sacchi, e anche il piglio, il fare sbrigativo è lo stesso, solo l’accento è diverso, piemontese come il mio. L’uomo che mi sta parlando – come quasi tutti gli invitati a questo barbecue in cui mi hanno imbucato, e come buona parte degli italiani che lavorano in Bangladesh – «è nel garment».

    Il resto si legge sul sito di Internazionale:

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      Viaggi

      Marocco!


        di Claudio Giunta


      [Il Mulino, 2 (2013), pp. 331-45]

      1.

      L’immigrazione è una tragedia, un flagello biblico, bisognerebbe chiudere gli aeroporti, minare i porti – penso e ripenso in un caffè di Tangeri mentre una settuagenaria francese cotonata mi comunica, ma non gliel’avevo chiesto, che «sa, riscaldare il mio appartamento a Lione mi costa di più che affittare un appartamento a Tangeri per quattro mesi, così l’inverno lo passo qui». Conseguenza: le case più belle se le prendono i pensionati francesi ricchi, la costa si popola di brutte villette a schiera per i pensionati francesi meno ricchi, i marocchini finiscono a vivere nelle periferie, tutto costa un po’ di più del niente che costava fino a quattro o cinque anni fa. Chiudere l’aeroporto di Parigi, minare il porto di Marsiglia… Ma non succederà. Nessuno ha il coraggio di prendere decisioni così radicali. Perciò bisogna attrezzarsi per le future mescolanze.

      Gli spagnoli si sono attrezzati. L’Istituto Cervantes ha una sede sontuosa in Avenue Ben Abdellah e un sontuoso spazio-esposizioni nella strada principale della città, Avenue de Belgique. Tanto zelo nella diffusione della lingua e della cultura spagnola è comprensibile, dato che la regione del Rif è stata a lungo un dominio spagnolo, e la Spagna è lì a un passo, per vederla basta salire alla kasbah o scendere sulla spiaggia. Di fatto, lo spagnolo è più diffuso del francese, soprattutto tra i giovani, e un po’ di spagnolo lo parlano tutti, anche il mendicante che chiede soldi («¿Tiene usted un duro?»: non l’hanno avvertito che adesso ci sono gli euro), anche il ruffiano che offre prostitute, anche la prostituta che incontro per caso sul taxi (in Marocco i taxi si condividono), e che mi dà appuntamento per più tardi alla discoteca «Cinco cinco cinco», non «Cinq cinq cinq».

      I francesi, naturalmente, non hanno bisogno di attrezzarsi. Sotto ogni punto di vista – lingua, cultura, economia – il Marocco resta una mezza colonia. Il sistema scolastico marocchino è modellato su quello francese, il francese è la seconda lingua obbligatoria in tutte le scuole, e nelle grandi città quasi tutti lo parlano; i giornali più importanti sono in francese, e – si lamentano i miei studenti all’Università Mohammed V di Rabat – il francese è la lingua in cui si fanno i colloqui di lavoro anche quando per svolgere quella specifica mansione basterebbe l’arabo. Ottima cosa, certamente, il bilinguismo. Ma questo bilinguismo diventa soprattutto un modo per selezionare alla svelta. E la selezione funziona. Nel vagone di prima classe del Rabat-Tangeri le conversazioni sono in francese; nei vagoni di seconda le conversazioni sono in arabo. E nelle campagne, nei quartieri poveri delle città, valanghe di marocchini non imparano a leggere e scrivere in nessuna lingua, e coltivano il loro campo, portano al pascolo le loro pecore, vendono le loro pagnotte a prezzo calmierato, le loro mutande Docigabà (Dolce & Gabbana), guardano passare le macchine seduti sul muretto. Il 45% degli abitanti è analfabeta; in Algeria il 25%. Ma l’Algeria è una repubblica, e l’istruzione diffusa è un lascito degli anni socialisti. Il Marocco è il regno di una dinastia, gli Alauidi, che ha fama di essere particolarmente illuminata – nelle tenebre nordafricane, perlomeno – ma che vista da vicino è soprattutto iniqua; e dal 1999 è governato da un re giovane, anche se non così giovane come appare nelle foto che si trovano dappertutto, anche negli alberghi, nei bar, foto di varie fogge e misure, in abito occidentale o in divisa militare, un re giovane cinquantenne, Mohammed VI, che si è dato un soprannome amabile, ‘re dei poveri’, ma che a giudicare da quello che si legge e da quello che si dice sembra essere anche peggio dei suoi predecessori: vedi Catherine Graciet e Éric Laurent, Le Roi prédateur, Paris, Seuils 2012.

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        Libri

        Cosa insegnare a scuola? Un libro (gratis) sulla scuola scritto dagli insegnanti


          di Claudio Giunta



        Cosa insegnare a scuola, oggi? Tutto, non si può. E non solo perché manca il tempo, ma perché una sola testa non potrebbe contenere tante nozioni, e tanto disparate: verrebbe fuori solo confusione. Ma non possiamo neppure accontentarci di ripetere le cose che ci hanno insegnato nel modo in cui ce le hanno insegnate: negli ultimi decenni, i cambiamenti sono stati troppi, e la scuola non può non prenderne atto. Occorre trovare una nuova formula, o un ventaglio di nuove formule.

        Il libro che trovate qui sotto, scaricabile in pdf, è il frutto di un seminario tenutosi nel novembre del 2012, coordinato da IPRASE e finanziato, oltre che da IPRASE, dal Liceo “Leonardo da Vinci” di Trento e dal Dipartimento di Lettere e Filosofia dell’Università di Trento. Contiene le opinioni di quattordici insegnanti (di scuola superiore e di università) intorno a questo tema, e ai sotto-temi che naturalmente gli si collegano: quale posto dare, nella scuola, alle nuove discipline nate dai nuovi prodotti culturali? Come ripensare le discipline tradizionali? In che modo insegnarle, oggi? Quanto spazio dare ai nuovi media? I problemi sono ovvi, perché sono sotto gli occhi di tutti. Le risposte invece non sono così ovvie perché vengono, una volta tanto, non dai teorici dell’istruzione ma da persone che di istruzione si occupano quotidianamente, concretamente, a scuola.

        Cosa insegnare a scuola, a cura di Amedeo Savoia e Claudio Giunta, Trento, Provincia autonoma di Trento – IPRASE 2013.

        Con contributi di Umberto Fiori, Mauro Piras, Marco Bellabarba, Silva Filosi, Luca Barbieri, Mariangela Caprara, Girolamo De Michele, Michele Ruele, Federica Lucchesini, Daniele Lo Vetere, Christian Raimo, Eliana Petrolli, Amedeo Savoia, Claudio Giunta.

        Scarica il libro dal sito dell’IPRASE:
        http://www.iprase.tn.it/iprase/content?type=documentazione&lan=IT&noderef=workspace://SpacesStore/aa19dd74-6389-47da-a099-7039b3bd7a40&contentType=documentazione


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          Libri

          Requiem per la scuola?


            di Claudio Giunta


          [Domenicale del Sole 24 ore, 31 marzo 2013]

          «La storia – dice un verso di Fortini – ha un modo di ridere che è ripugnante». Tra le smorfie più interessanti c’è questa: le belle idee libertarie degli anni Sessanta che accennano a realizzarsi oggi ma in un modo stravolto, come in una parodia. La metamorfosi della parola stessa libertà, da una brutta poesia di Éluard al nome di un partito di estrema destra, è il primo esempio che viene in mente, e non si può fare a meno di chiedersi se questa metamorfosi corrisponda a uno snaturamento, a una trappola verbale simile a quelle fabbricate dalla neolingua di Orwell, o se invece la metamorfosi non abbia fatto che adempiere, che tradurre in atto tutto ciò che in potenza era racchiuso nella concezione originaria. Le due cose insieme, probabilmente.

          Alle parole scuola e istruzione è successo – o meglio sta succedendo o sta per succedere – qualcosa di ancora più traumatico e complicato, e anche di più interessante.

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            Cose che riguardano l'Italia

            Pare che le biblioteche abbiano ancora senso


              di Guido Guerzoni


            [Domenicale del Sole 24 ore, 17 marzo 2013]

            1973: il 4 gennaio nasce a Bari Mister X, il 26 marzo a East Lansing Mister Y. 1993: Mister X studia giurisprudenza all’Università di Siena, Mister Y computer engineering all’Università del Michigan. 1997: Mister X presiede la commissione per lo studio della dipendenza dalla droga del Comune di Orvieto, Mister Y una confraternita di graduate students di Stanford. 2002: Mister X è responsabile delle relazioni pubbliche e istituzionali per l’Italia nord-orientale dell’Istituto Nazionale Previdenza Dipendenti Amministrazione Pubblica; Mister Y incontra Mary Sue Coleman, presidente della University of Michigan. Lei dichiara che per scansire i 7 milioni di volumi della biblioteca ci vogliono 1000 anni,  l’alumno che il suo Library Project è in grado di farlo in 6. 2011: Mister X diviene consulente del Ministro italiano per i Beni e le Attività Culturali (si prenderà cura del futuro delle biblioteche e delle biblioteche del futuro); Mister Y il ventesimo uomo più ricco del pianeta. 2012: Mister X è arrestato con l’accusa di aver rubato, esportato e venduto illegalmente oltre 3.500 tra manoscritti, volumi e altri beni, grazie a una fitta rete di complici internazionali; Mister Y comunica che Google Books ha digitalizzato 20 milioni di libri – grazie alla collaborazione di 21 partner internazionali – e intende acquisirne altri 110 entro la fine del decennio.

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              Libri

              Su “Gente indipendente” di Halldór Laxness


                di Claudio Giunta


              [Between (www.Between-journal.it), II 4 (2012)]

              «I romantici europei possono anche lodare l’incanto dei luoghi deserti e selvaggi, ma sanno che per loro si tratta al massimo di una passeggiata di poche ore fino a una comoda osteria: possono celebrare le gioie della solitudine, ma sanno che in qualunque momento possono far ritorno al tetto familiare o in città, e che laggiù, nel frattempo, cugini, nipoti zii e zie, club e salotti continuano la solita vita esattamente come quando li hanno lasciati. Il vero deserto, la solitudine che non conosce rapporti duraturi da coltivare o da respingere, non riescono nemmeno a concepirlo».

              (W.H. Auden, «Lo scudo di Perseo»)

              1. Tra gli ingredienti che formano la vita umana, Michael Oakeshott distingueva i processi dalle pratiche. I processi li governa la natura: la nascita, l’invecchiamento, le malattie, la morte, i terremoti, la pioggia, la forza di gravità. Gli esseri umani possono cercare di influenzarli, di difendersi da loro, ma per lo più li subiscono, e nessuno ne è esente. Le pratiche risultano dalle decisioni e dalle azioni degli esseri umani: l’amore, l’amicizia, l’odio, l’invidia, la vendetta, il perdono. Posta questa distinzione di massima, è chiaro che il romanzo è soprattutto una riflessione sulle pratiche, cioè su ciò che è proprio di un particolare essere umano o gruppo umano, distinto da ogni altro, e sulle relazioni che tra gli umani si intrecciano: i processi naturali fanno da sfondo. Nella Morte di Ivan Il’ic di Tolstoj, poniamo, lo sfondo – la naturalissima morte di Ivan Il’ic, uguale a tutte le altre morti – è importante, ma lo è di più il modo in cui Ivan Il’ic ha vissuto la sua vita insieme agli altri uomini, e quel modo rimanda a un insieme di pratiche.

              Gente indipendente di Halldór Laxness (traduzione di Silvia Cosimini, Milano, Iperborea 2004) è un’eccezione. In Gente indipendente, infatti, la forza dei processi naturali è preponderante, imparagonabile a quella che ha in qualsiasi altro romanzo moderno; e quelle pratiche che risultano dall’interazione fra gli esseri umani, e che formano di solito l’impalcatura dei romanzi, hanno un ruolo secondario. Gente indipendente non è tanto la storia della vita del povero allevatore di pecore Bjartur, quanto la storia della sua sopravvivenza al freddo, alla fame e alle malattie. La storia di una vita presuppone cambiamento, crescita. Mastro-don Gesualdo, un anti-eroe letterario che nella sua abnegazione e nel suo morboso attaccamento alla roba ha più di una somiglianza con Bjartur, nasce povero ma diventa ricco: evolve. La storia di una sopravvivenza invece è statica: in sostanza si tratta di tenere duro, e basta. Le seicento pagine di Gente indipendente parlano soprattutto di questo, di come Bjartur tiene duro. Se uno cerca un libro che preservi in sé, secondo il precetto di Adorno, «la memoria del dolore accumulato», può smettere di cercare.

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                La quarta cultura non farà prigionieri. Su Jerome Kagan, “Le tre culture”


                  di Claudio Giunta


                [Domenicale del Sole 24 ore, 10 marzo 2013]

                È difficile pensare a un saggio meno attuale di Le due culture di Charles Snow, che alla fine degli anni Cinquanta accese una discussione infinita mettendo l’uno contro l’altro due tipi umani che sino ad allora avevano abbastanza pacificamente convissuto, a volte addirittura collaborato: quelli che leggono Amleto e quelli che sanno qual è il secondo principio della termodinamica. Rileggendo il libretto si constata che la distinzione non era granché più sottile: da un lato la genia degli scienziati, che «ha il futuro nel sangue», dall’altro quella degli umanisti, i quali «pretendono che la cultura tradizionale costituisca la totalità della ‘cultura’, come se l’ordine naturale non esistesse» e, «per natura luddisti», «nutrono un particolare disinteresse per gli uomini loro fratelli» (sic). E si respira l’aria di certi vecchi film in bianco e nero: con la guerra fredda, la paura che gli ingegneri sovietici facciano le cose più in fretta degli ingegneri americani, le high tables dei college inglesi in cui i letterati (teste Snow) trattano con una certa sufficienza i loro colleghi scienziati. Oggi sono rimaste solo le high tables, ed è molto probabile che qui il rapporto si sia invertito, e che siano gli scienziati a guardare con sufficienza i loro sotto-finanziati, non-attrattivi, obsoleti colleghi umanisti. Ma al di là di queste un po’ oziose questioni di prestigio, è il tema in sé che mi pare abbia perso centralità. La mia copia del libro di Snow ha una bella prefazione di Ludovico Geymonat che avverte: «Nessuno può essere, oggi, così cieco da non rendersi conto che l’esistenza di due culture, tanto diverse e lontane una dall’altra quanto la cultura letterario-umanistica e quella scientifico-tecnica, costituisce un grave motivo di crisi della nostra civiltà». Felice l’epoca – verrebbe da commentare – in cui erano questi i problemi che potevano mettere in crisi «la nostra civiltà».

                Le due culture di Snow apparteneva al genere difficilissimo del pamphlet, un genere in cui per cento pagine si fanno considerazioni ordinate tutte a un medesimo obiettivo. L’obiettivo di Snow era sintetizzabile nella frase ‘Le scienze dure sono più importanti delle scienze umane’; o nella frase ‘La cultura scientifica dovrebbe essere apprezzata più di quanto non si faccia di solito’; o nella frase ‘Solo le scienze applicate ci possono salvare’. Il rischio di ogni pamphlet, come di ogni ragionamento a tesi, è duplice. Da un lato una visione caricaturale degli avversari (Snow non aveva in mente degli umanisti, aveva in mente degli idioti); dall’altro la cecità rispetto a tutto ciò che potrebbe mettere in discussione l’assunto che s’intende provare, e quella fiducia smodata nelle proprie idee che porta ad essere incautamente ottimisti («La disparità tra ricchi e poveri [...] non durerà a lungo. Qualunque cosa, nel mondo che conosciamo, sia destinata a sopravvivere fino all’anno 2000, certo non sarà questa disparità. Una volta che l’espediente per diventare ricchi è conosciuto, come lo è ora, il mondo non può più continuare a vivere mezzo ricco e mezzo povero. Non può proprio andare avanti così». Dove l’espediente sarebbe il buon uso della tecnica: mai fare previsioni, mai).

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                  Università

                  La non fuga dei cervelli


                    di Giuseppe Sciortino


                  [Corriere di Bologna, 9 marzo 2013]

                  Noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, sostiene il bardo. La nostra (breve) vita è circondata dal sonno. Ho spesso l’impressione che anche il dibattito pubblico sull’università sia intessuto di sogni, e quasi del tutto separato dalla vita quotidiana degli atenei.  Anche se, nel caso dell’università, sarebbe forse più appropriato parlare di incubi. Siamo circondati da una serie di miti funesti praticamente impossibili da scalfire.

                  Uno di questi è che i giovani e promettenti ricercatori italiani siano tutti all’estero. O in procinto di andarci. O costretti dalla forza di luridi e feudali vincoli a rinunciare ad una splendida carriera in altri lidi, dove i loro meriti sarebbero finalmente apprezzati. Insomma, non è forse vero che l’Italia soffre di una vera è propria fuga dei cervelli? Non è forse vero, come recita il noto detto siciliano, che solo chi esce riesce? Viviamo in un paese che ha il gusto della geremiade, e il pianto per i talenti costretti ad emigrare sembra prestarsi perfettamente allo scopo. Tuttavia, quando occorre lamentarsi di qualcosa, non sarebbe male controllare che ciò che ci fà soffrire sia vero. Altrimenti, si rischia di essere più Otello che non Prospero.

                  Qualche settimana fa, è apparso su un sito poco famoso ma molto serio, www.neodemos.it, un breve intervento di uno dei massimi demografi italiani, Massimo (nomen omen) Livi Bacci. In poche righe, ed usando fonti statistiche accessibili a tutti, l’autore ha sostenuto che questa emorragia preoccupante di giovani qualificati non è affatto certa. Tra i giovani che hanno conseguito una laurea magistrale, solo uno su venticinque lavora all’estero. Più di otto dottori di ricerca su dieci vivono, a cinque anni dal rilascio del titolo, nella stessa zona nella quale vivevano prima di iscriversi all’università. «Peri incretati», si sarebbe detto in Sicilia. Certo, può essere che dipenda dai limiti delle poche fonti disponibili. Per quanto possiamo sapere, tuttavia, i giovani italiani altamente qualificati sono piuttosto immobili.

                  Livi Bacci si spinge a formulare qualche ipotesi sul perché sia così. Un motivo può essere sicuramente che la crisi del mercato del lavoro accademico colpisce duro in Italia, ma non è privo di conseguenze anche in molti altri paesi. Un altro è che, semplicemente, i giovani qualificati italiani non sono particolarmente appetibili sul mercato del lavoro internazionale: l’inglese lo sanno così così, sono mediamente più anziani dei concorrenti, hanno competenze e stili di lavoro poco compatibili con le aspettative negli altri atenei. L’immagine della fuga di cervelli è rassicurante per noi anziani accademici: implica che siamo stati bravi a formarli mentre la colpa è esterna. Meno piacevole è pensare di essere parte del problema, non della soluzione.

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                    Università

                    Petit conte moral


                      di Claudio Giunta


                    [www.roars.it, 4 marzo 2013]

                    Forse l’anonimato, nella valutazione (o una valutazione così concepita), non è proprio la strada giusta, perché è tra l’altro un modo per dare sfogo a meschinità, rancori, invidie. Qui di seguito uno scenario immaginario ma assolutamente possibile, forse probabile.

                    Erano molti anni che aspettavo una buona occasione per vendicarmi della collega X.

                    Una vendetta in nome della verità, della giustizia: non un fatto personale. La collega X la conoscete tutti anche senza conoscerla. Mentre la maggior parte degli studiosi italiani ha dovuto dannarsi l’anima per farsi strada e conquistare – ma a quaranta, cinquant’anni – un posto fisso all’università, la vita della collega X è stata un lungo fiume tranquillo. Figlia di un ordinario ultra-potente dell’università di Y, massone, la collega X si è laureata nell’università Y, ha fatto il dottorato nell’università Y e ha avuto un posto da ricercatrice nell’università Y quando non aveva ancora trent’anni. Merito del padre? Ma cosa andate a pensare… Ma merito soprattutto del vecchio ordinario della sua disciplina che – di solito piuttosto distratto circa i destini dei suoi allievi maschi – le ha fatto fare carriera alla velocità della luce. A trentaquattro anni associata, a trentotto ordinaria. Che strano caso.

                    Ma, obietterete, la cattedra di visiting professor a Princeton? Le dichiarazioni di stima nei suoi confronti da parte di un paio di premi Nobel? Le molte pubblicazioni in riviste internazionali sulle quali – bisogna essere onesti – né il padre massone né il vecchio maestro possono aver avuto influenza? Sono successi, certamente, ma successi che abbagliano soprattutto i non addetti ai lavori. Princeton, per la nostra disciplina, è da tempo su una china discendente. Il Nobel, retorica a parte, è un premio screditato. E si sa come viene fatto il rating delle riviste scientifiche, e come si arriva a pubblicare sulle più importanti: relazioni, entrature, piccoli favori. Non dico altro, anche se potrei. Aggiungo solo che è sospetta, e urtante, anche la frequenza con cui il nome della collega X si legge sulla copertina delle riviste (ne condirige due: non una, due!), nei comitati editoriali, negli organismi di controllo universitari e interuniversitari (che si prepari al grande salto verso Roma? La collega X sottosegretario? Ministro?); e da un po’ di tempo anche sui giornali: commentini, articoletti, noticine polemiche con cui presume di (così dice lei) dare un contributo al dibattito delle idee, ma che le servono soprattutto per ‘mettere a posto’ gli avversari e i colleghi restii a riconoscerle quel ruolo di spicco nella vita intellettuale italiana (bella roba, del resto…) che la sua arroganza le fa credere di meritare.

                    Non ho problemi a confessare che io rientro nel gruppetto dei, diciamo così, resistenti, e che questo negli anni mi ha procurato qualche noia. Un’allusione non benevola al mio lavoro, in una sua recensioncina sul giornale: allusione implicita, indiretta, ma limpidissima per chi è del mestiere (non sono paranoico: «Che le hai fatto?» è stata la domanda che ben tre colleghi mi hanno rivolto dopo aver letto il pezzo). Citazioni affrettate dei miei studi nelle note ai suoi studi, a volte precedute da formule derisorie come «si può vedere anche» o «da ultimo»; e a volte nessuna citazione dei miei studi, l’ostracismo, anche quando parla di argomenti su cui io ho scritto cose che non possono non essere almeno menzionate. E poi voci, pettegolezzi: colleghi, amici comuni che mi riferiscono di suoi giudizi liquidatori nei miei confronti lasciati cadere anche a sproposito, mentre si parla di tutt’altro. E infine, qualche mese fa, una vera bassezza. Un’università americana dell’Ivy League cerca un docente della mia materia che faccia il visiting professor per due mesi all’anno. Io conosco i colleghi di quell’università, ci sono stato una volta. Mando il mio CV, entro nella shortlist. Tutto sembra mettersi bene, poi vengo a sapere che, richiesta chissà perché di un parere, lei (che non è neanche veramente del mio settore disciplinare) ha suggerito il nome di un altro candidato.

                    Erano anni che cercavo di vendicarmi. Poi è successo che mi hanno chiesto se volevo essere inserito nella lista dei revisori dell’ANVUR, e giudicare (anonimamente) il lavoro di un certo numero di colleghi del mio settore disciplinare. Ho risposto di sì: in questi casi è sempre meglio stare dentro che stare fuori. E indovinate chi mi chiedono di valutare, nel primo lotto di pubblicazioni?

                    Già.

                    E indovinate chi mi chiedono di valutare, nel secondo lotto di pubblicazioni?

                    Il suo allievo prediletto, il suo primo brillantissimo allievo.

                    Naah, non così brillante…

                    Mi dispiace soltanto che non saprà mai da che parte le è arrivato il ceffone.

                    O magari sì.

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