Libri

E niente.


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Esce Cuori intelligenti. Mille anni di letteratura, Garzanti Scuola. È un manuale-antologia di letteratura per il triennio delle scuole superiori. Ci ho/abbiamo lavorato – per dirla con molto molto understatement – parecchio. È venuto più o meno come volevo/volevamo che venisse. Ne parliamo in varie città italiane (credo che sia previsto anche qualcosa da bere-mangiare, per chi passa di lì): Verona (12 febbraio), Bologna (15 febbraio), Treviso (16 febbraio), Firenze (23 febbraio), Milano (29 febbraio), Lecce (1 marzo), Torino (7 marzo), Chieti (14 marzo), Roma (21 marzo), Napoli (22 marzo), Palermo (5 aprile). Poi vado/andiamo anche a Cagliari, Pavia, Cosenza, in date da decidere. “Ne parliamo” vuol dire che parliamo soprattutto di letteratura e di letteratura a scuola; poi sì, certo, anche del manuale. Chi vuole può iscriversi su letteratura.deascuola.it.

PS: il titolo viene dalla Bibbia, Libro dei Re.

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Libri

Su Deleuze vent’anni dopo


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Domenicale del Sole 24 ore, 27 dicembre 2015

Buona parte del pensiero novecentesco ha relativizzato la metafisica e l’umanesimo, cercando di risalire a una loro radice rimossa. Questa radice non è un concetto – altrimenti sarebbe metafisicamente inquadrabile – ma una «soglia». E’, cioè, il contesto di senso che ogni discorso presuppone senza poterlo esprimere: l’essere dell’ente per Heidegger, ciò che si mostra ma non si dice per Wittgenstein, la barra che separa dalla Verità per Lacan… Anche Deleuze ha insistito su questo tema, come spiega Rocco Ronchi in un ritratto stringato e limpido (non era facile) uscito per Feltrinelli a vent’anni dalla sua morte. Per capire cos’è, secondo l’autore di Differenza e ripetizione, questa soglia irrappresentabile da cui emergono le rappresentazioni, Ronchi si serve di Peirce (caro al suo maestro Sini) e di Gentile.

Per un empirista radicale, annota, la realtà è un tessuto non di fatti ma di atti. I soggetti e gli oggetti, l’io e il mondo non sono essenze originarie, bensì risultati provvisori di eventi-soglie non oggettivabili e non personali, di un flusso di esperienza anonimo e assoluto. Qui è il nucleo del deleuziano immanentismo in movimento, nel quale Spinoza incontra Bergson, e al cui centro sta un Uno neoplatonico dinamizzato, che si dà solo nel proprio illimitato differenziarsi. Questa equivalenza tra monismo e pluralismo non contesta solo la metafisica classica, ma soprattutto Hegel. Deleuze rifiuta infatti di pensare la differenza a partire dalla negazione, che la riduce all’ombra di un’identità già data, e d’irreggimentare la molteplicità negli aut-aut (legge o infrazione, castrazione edipica o follia…). Il suo è un divenire antidialettico, tutto affermativo.

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Cultura e società

Zalone come pretesto e come machete


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Sartre 3

Forse l’aggettivo che più si adatta a Checco Zalone è “efficiente”. Un comico di efficienza robotica, ecco chi è l’imitatore di Zelig e l’autore di Quo vado?. La sua verve è grevemente intelligente e intelligentemente greve: non c’è nulla, nei suoi sketch, che non vada a finire in “pugnette”, e al tempo stesso non c’è “pugnetta” che non sia evocata in modi quasi concettosi. Perciò, malgrado l’ossessivo Leitmotiv, Zalone non ha affatto i tratti della maschera, né la corporalità sordida, ambigua, del comico fisico: è invece tecnico, freddo, senza ombra. Non conosce punti di fuga verso l’alto o verso il basso, non si vuole né caratterista né mattatore. Il suo modello non sta in qualche sepolta commedia dell’arte paesana, ma è una perenne festa delle medie dove la mania del righello conta almeno quanto il suo uso fallico. Appena sotto la finta, occhiuta svogliatezza, rivela infatti una irriducibile tendenza tassonomica che lo rende schematico, dimostrativo: tra un gesto e l’altro, tra una sequenza e l’altra, lascia sentire l’ingessatura da scaletta, lo scatto forzato dell’ingranaggio.

Però, al suo interno, ogni scena funziona piuttosto bene. E in questi casi (lo si ricorda a chi le analizza astrattamente) non va mai considerato decisivo il livello delle battute, perché anche quando appare così scritto, il comico che recita vince per i toni e soprattutto per i tempi, non certo per i “contenuti”. In Quo vado?, il risultato è allora un compromesso riuscito tra il cinepanettone e la commedia “asettica”, né raffinata né sguaiata, che in Italia vien fuori invece quasi sempre scialba (vedere i volontaristici travet Aldo Giovanni e Giacomo). Alla temperatura zaloniana diventano interscambiabili grevità e scrupolo di galateo, ammicco culturale e anticulturale, intercalari da bar e satira dei costumi; e lo stesso vale per la giustapposizione di gag e la geometrica economia della trama, amalgamate da un uso astuto, anche se un po’ telefonato, dell’immaginario televisivo (l’iperbole ironica trasformata in situazione di fatto – l’impiegato nella neve, ecc. – non discende direttamente dalle comiche classiche, ma piuttosto dal retroterra di chi è cresciuto con gli spot della Bistefani, dove all’attore che grida “ma chi sono io, Babbo Natale?” spunta di colpo una barba bianca).

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Cultura e società

Mondo cane, oggi


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Mondo

Il Foglio, 9 gennaio 2016

Pasoliniano e polinesiano, è tornato Massimo Recalcati con la rubrica “I tabù del mondo”, ogni domenica su Repubblica. Pasoliniano, perché dice che viviamo una mutazione antropologica, la stessa descritta da PPP, e che se prima eravamo uomini dostoevskiani, presi nella morsa tra delitto e castigo, tra il Desiderio e la Legge, ora siamo nel tempo della disinibizione e del godimento senza limiti. Anche polinesiano però, perché non c’è Desiderio senza Legge, e per darci una regolata dovremmo riscoprire i tabù: uno a settimana per un anno. Cinquantadue sono le tappe previste dal grand tour. Il titolo, “I tabù del mondo”, fa pensare ai mondo movies, gli pseudodocumentari esotici e cruenti degli anni Sessanta – La donna nel mondo, I piaceri nel mondo, Il pelo nel mondo – ma guardando l’intervista di presentazione della rubrica la mia memoria cinematografica ha preso altre vie. Chi si ricorda di Mazzabubù… quante corna stanno quaggiù?, il film del 1971 di Mariano Laurenti ispirato all’elenco dei cornuti di Fourier? Franco e Ciccio sono due monarchici terrorizzati dalla legge sul divorzio, finché un intellettuale che ha la stessa montatura di occhiali di Recalcati li convince che l’unica via per salvare il matrimonio è liberarsi dai tabù, capovolgendo l’idea tradizionale di famiglia. I due lo stanno ad ascoltare un po’ frastornati, si chiudono in una stanza a leggere Wilhelm Reich ed Emmanuelle (con il sospetto angoscioso che sia opera di un Savoia) e ne escono convinti di avere contratto il tabù, come fosse un’infezione strana. Decidono allora di scambiarsi le mogli, un atto di libertinaggio in difesa del matrimonio, tutto sta a convincere le rispettive signore. Franco, che non riesce a farsi entrare in testa quella parola polinesiana, sceglie una via melodrammatica: “Salvami, salvami dal tamburo!”.

Ora che la sinistra freudiana ha ceduto il passo alla destra lacaniana, il tamburo è tornato di moda, tanto che si potrebbe immaginare un remake. E siccome in questi giorni pare impossibile scrivere due righe senza infilarci Checco Zalone, ce lo infilo anch’io – ma giuro, solo perché Franco e Ciccio sono morti. Ecco, Nunziante e Medici potrebbero raccontare l’epopea dell’“uomo medio sensuale” che, dopo aver provato a riscoprire la legalità tra i ghiacci artici, capisce che l’unica via per salvare oltre al posto fisso anche la sua indole godereccia è restaurare la Legge, quella con la maiuscola, quella dei lacaniani. Folgorato da un’apparizione televisiva di Recalcati, il protagonista si convince che se si annoia è perché ci ha preso troppo la mano con la jouissance in cucina e a letto. Si trincera a leggere Totem e tabù, gli antropologi vittoriani, il Ramo d’oro di Frazer (capitolo: “Quel che dobbiamo ai selvaggi”). Si avventura perfino nelle pagine di Lacan, non ne capisce una parola (come molti lacaniani, del resto) ma in compenso scopre che nom-du-père in barese suona benissimo. Scampato allo sciamano africano di Quo vado, come un redivivo capitano Cook raggiunge una tribù di indigeni a Tonga per farsi insegnare i tabù direttamente dai capi villaggio. Glieli infliggono tutti e cinquantadue, da quelli alimentari a quelli sessuali. Il nostro eroe comincia in cuor suo a maledire Recalcati. Scopre che il tamburo non gli piace, che tutta quella favola del Padre Primordiale di Freud al sud si applica male, e il problema semmai è sfuggire alle mani premurose della Madre Primordiale, che cerca di recapitarti i panzerotti anche in Polinesia. Continua domenica su Rep.

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Cose che riguardano l'Italia

Walter Kaiser, 1931-2016


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Walter

Domenicale del Sole 24 ore, 10 gennaio 2016

Pochi italiani conoscono il nome di Walter Kaiser, ma negli ultimi decenni pochi hanno fatto per gli studiosi e per gli studi umanistici italiani tanto quanto ha fatto Walter Kaiser, scomparso martedì scorso a New York a 84 anni. Kaiser ha studiato e poi insegnato Letteratura inglese alla Harvard University, specializzandosi nel Cinquecento europeo, e in particolare in autori che poi sono stati per tutta la vita i suoi autori: Erasmo, Shakespeare, Montaigne (la premessa a una raccolta di Selected Essays di Montaigne, scritta a meno di trent’anni, è ancora oggi un gioiello d’intelligenza e di stile). Ma – per noi – è stato anzitutto il direttore di Villa I Tatti, il centro di studi sul Rinascimento della Harvard University a Firenze, dal 1988 al 2002: si deve soprattutto a lui, alla sua inesauribile attività di amministratore e fundraiser, se la Villa – dopo anni difficili – è tornata ad essere ed è, oggi, un piccolo paradiso in terra, e una delle rarissime istituzioni (private) che finanzia la ricerca di alto livello in campo umanistico, permettendo a giovani studiosi di trascorrere un anno di lavoro in un ambiente ideale per la ricerca (ideale significa che il tempo, ai Tatti, si spendeva e si spende non seguendo o tenendo cicli di conferenze ma studiando e chiacchierando con altre persone che studiano, in piena libertà).

Chi vuole ascoltare o riascoltare la sua voce la trova in rete, nel sito «Villa I Tatti: an Oral History». Nelle parole che Kaiser usa per ricordare Bernard Berenson c’è tutta la verve, l’intelligenza e la sprezzatura che rendevano le conversazioni con lui così piacevoli. Ma chi ha avuto la fortuna di conversare con lui ricorda soprattutto l’ampiezza e, vorrei dire, la bellezza della sua cultura. Tanti, anche coltissimi, quando parlano di musica, arte, letteratura danno l’impressione di citare direttamente da un libro della biblioteca (e peggio quando quel libro lo hanno scritto loro); lui no: amava davvero quella roba, e dava l’impressione non solo di averla studiata ma anche di portarla sempre con sé.

Era un uomo di letture e frequentazioni davvero internazionali. Perciò era un po’ il contrario di quei nomadi accademici che ‘visitano’ per tre giorni un’università, fanno una conferenza per lo più irrilevante e poi riprendono l’aereo per andare a fecondare un’altra università, o a vedere un’altra mostra. Ricordo che a un noto direttore di museo inglese che gli mostrava la sua agenda della settimana – domani a Londra, dopodomani a Pechino, giovedì a New York – rispose con una nota di rammarico: «Well, this is not the way to live». Ma gli aneddoti sarebbero infiniti, anche perché non aveva un carattere facile, non tutti gli andavano bene (né lui andava bene a tutti), e dovendo incontrare ogni giorno un gran numero di persone, per lo più postulanti, aveva sviluppato un radar sensibilissimo per gli sciocchi, gli scocciatori e soprattutto i vanesi, che nel mondo accademico abbondano («those ghastly people…» era una delle sue espressioni favorite).

Negli ultimi anni è stato uno dei collaboratori più brillanti della «New York Review of Books»: alcuni dei suoi pezzi si trovano nel sito della rivista. Una volta mi ha detto, un po’ scherzando un po’ no, che era orgoglioso non tanto di quella collaborazione quanto del fatto che qualche mese prima, sullo stesso numero, avevano pubblicato un pezzo suo e un pezzo di suo figlio David. Pochi giorni prima di Natale gli ho scritto per fargli auguri. Avevo appena visto il documentario di Scorsese sulla storia della NYRB, e gli ho detto che mi era parso di vederlo sbucare, a un certo punto, a un ricevimento per i cinquant’anni della rivista, alle spalle del suo amico Bob Silvers. Dovrò rivedere il filmato, perché non ha fatto in tempo a rispondermi.

Crescendo, invecchiando, è normale, e forse è addirittura sano, perdere un po’ di convinzione. Tutte quelle giornate spese su vecchie cose come Platone, Dante, Proust – sarà stato un modo sensato di passare l’esistenza? Il panorama, intorno, ogni tanto fa venire il dubbio che forse era meglio fare altro. Ma nella particolare umanità di Kaiser, nella qualità del suo umorismo, nel suo splendido modo di stare al mondo c’era qualcosa, qualcosa di difficile da definire che si trova, mi sembra, proprio in «quella roba», e soltanto in quella. È stato tempo ben speso.

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Libri

Su Renato Serra


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Esame 2

Il Foglio, 2 gennaio 2016

Quando muore nel luglio del 1915 sul Podgora, Renato Serra non ha ancora trentun anni, ma si è già conquistato l’autorevolezza di un maestro; e di lì a poco, per i letterati della prima metà del Novecento, diventerà addirittura un mito. Questa fortuna, per apparente paradosso, è legata al suo isolamento. Malgrado abbia dialogato precocemente da pari a pari con i rappresentanti più significativi della cultura contemporanea (dai professori bolognesi ai vociani a Croce), la sua prima caratteristica sembra essere una costitutiva inappartenenza: non riesce a legarsi a nessuna esperienza di gruppo, non sposa nessun progetto teorico o poetico. Carducciano nel sentimento ma non nella fede, critico finissimo ma annoiato dalla letteratura, Serra avverte che l’umanesimo classicista in cui è cresciuto non dà più risposte attendibili alle angosce del nuovo secolo. E d’altra parte, non crede che la retorica delle accademie postunitarie possa essere validamente sostituita dal neoidealismo napoletano. E’ troppo attaccato all’umido dettaglio privato, e a una volubilità irriducibilmente individuale, per convertirsi alla filosofia dello Spirito. Del resto, anche Croce affonda le sue radici in un terreno pedagogico ottocentesco: con l’aggravante che le pagine della “Critica” non sprigionano nemmeno il calore fraterno dei cenacoli carducciani.

Il risultato di questa inappartenenza è una forma appena larvata di nichilismo. Di qui l’isolamento: che si rivela allora tutt’altro che astratto, e anzi complice di un clima storico molto preciso. Se Serra è diventato un mito, è anche perché ha espresso con accenti indimenticabili le angosce comuni a una generazione orfana delle certezze dei padri – una generazione che si sente “sciupata” prima che bruciata, e che per non consumarsi invano cerca anzi disperatamente una prova del fuoco capace di strapparla alla palude della rassegnazione, a una corrosiva tisi ideologica. Contro il senso sempre più vertiginoso di gratuità, i suoi intellettuali provano a definire un irraggiungibile ubi consistam: e ne deriva un aut aut già esistenzialistico, fissato in maniera esemplare da Michelstaedter e da Lukács.

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Spettacolo

“Anelante” di Rezza-Mastrella


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Anelante

Internazionale online

L’altra sera ho visto il nuovo spettacolo di Antonio Rezza e Flavia Mastrella al Teatro del Vascello di Roma, in mezzo a un pubblico di affezionati acclamanti. Io però ero anche insieme a persone che non avevano mai visto Rezza-Mastrella dal vivo, un ragazzino di tredici anni e una mia coetanea. Si sono divertiti molto tutti  due, e soprattutto il ragazzino, che alla fine non ha fatto nessuna delle domande che mi aspetterei si facesse uno spettatore ingenuo uscendo da uno spettacolo di Rezza-Mastrella: che cosa vuol dire? Di che cosa parlava esattamente? Perché tutti quegli strilli? Perché le voci in falsetto? Che cosa vogliono dire le frasi-Leitmotiv che saltano fuori ogni tanto durante lo spettacolo, senza che si capisca bene che relazione hanno con quello che sta succedendo sul palco? E soprattutto: perché, a un certo punto, tutti quei sederi nudi? Il ragazzino evidentemente non era uno spettatore ingenuo; o forse i ragazzini e gli ingenui sono spontaneamente, naturalmente in sintonia col teatro non narrativo, antinaturalistico, surreale di Rezza-Mastrella.

Anelante (si chiama così, participio di anelare, senza ragione apparente; ma forse c’entra anche lo spagnolo-manzoniano adelante) è, se non sbaglio, il loro settimo spettacolo in collaborazione. Rispetto ai precedenti, la novità più evidente è che Rezza non è solo sulla scena. In realtà non lo era neppure in Fratto X (2012), perché sul palcoscenico anche allora c’era, come c’è in Anelante, l’eccellente Ivan Bellavista. Ma stavolta i comprimari sono quattro, e non solo si agitano come si agitava Ivan Bellavista in Fratto X ma – ed è forse la prima volta in uno spettacolo di Rezza-Mastrella – parlano.

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Libri

Nomadi degli Stati Uniti sud-occidentali


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Domenicale del Sole 24 ore, 6 dicembre 2015

Gli anni che precedono la seconda guerra mondiale sono stati gli anni d’oro di John Steinbeck. Nel 1936 pubblica La battaglia, un racconto che parla degli scioperi dei raccoglitori di frutta nelle piantagioni della California, l’anno dopo Uomini e topi, che vince il premio Pulitzer; poi (1938) i racconti della Lunga vallata, e nel 1939 Furore, che vende un’infinità di copie e diventa subito, a distanza di pochi mesi dalla stampa, un film altrettanto fortunato di John Ford. Poi gli Stati Uniti entrano in guerra, e la guerra cambia, se non proprio tutto, molto, come spiega bene Cinzia Scarpino nella postfazione al reportage di Steinbeck I nomadi, tradotto ora per la prima volta da Longanesi: «Con la Seconda guerra mondiale, l’interesse nazionale – politico e intellettuale – abbandonerà migranti e fittavoli. La pubblicazione, nel 1941, di Sia lode ora a uomini di fama di Evans e Agee segnerà un colossale fiasco di vendite».

Oggi nei paesi anglosassoni i romanzi di Steinbeck continuano vendere molto, e ad essere letti soprattutto a scuola. Uomini e topi, in particolare, è breve, semplice, dice una cosa chiara, è il libro ideale da assegnare alle matricole per una tesina. La cosa chiara che dice Uomini e topi la dice anche Furore: bisogna comportarsi in maniera umana, bisogna essere gentili con le persone in difficoltà, quelli che stanno bene devono aiutare quelli che stanno male. Troppo semplice, troppo ingenuo? Presso i critici, i lettori maturi, Steinbeck non gode di buona stampa, non ne godeva già negli anni Quaranta e Cinquanta, quando Edmund Wilson lo liquidava come «uno scrittore di secondo o terz’ordine». Troppo rozzo, ideologico, predicatorio, troppo dedito al ‘messaggio’, e i suoi libri troppo saturi di personaggi nei quali – come Lawrence diceva dei Malavoglia di Verga – l’autore travasa la propria intelligenza e il proprio senso tragico, attribuendo loro una consapevolezza di sé che non è credibile possano avere. È vero: nel suo tentativo di commuovere e di mobilitare Steinbeck scrive anche delle brutte pagine. Ma sono pochi gli scrittori e i libri del Ventesimo secolo che hanno avuto una tale, concreta, positiva influenza sulla vita delle persone. Furore, il libro e poi il film, mise davanti agli americani un pezzo di realtà che gli americani ignoravano, o della quale non immaginavano la gravità; e per avere la misura dell’impatto anche popolare dei libri di Steinbeck si può leggere il saggio di Michael Kazin American Dreamers. How the Left Changed a Nation o, più a portata di mano, si possono vedere i pochi secondi del trailer che lanciava, nel 1939, il film Furore (si trova su YouTube). «Il progresso morale – ha osservato una volta Rorty – ha contratto in secoli recenti un debito maggiore nei confronti degli specialisti del particolare (storici, romanzieri, etnografi, giornalisti smaschera-scandali, per esempio) che non nei confronti degli specialisti dell’universale come i teologi e i filosofi […]. La Condizione della classe lavoratrice in Inghilterra di Engels e gli scritti di persone come Harriet Beecher Stowe, Fenellosa e Malinowski hanno fatto più della Dialettica della natura di Engels, o degli scritti di Mill e Dewey, al fine di giustificare l’esistenza dei deboli emarginati agli occhi dei potenti integrati». I libri di Steinbeck degli anni Trenta possono non aver retto alla prova del tempo, ma anche lui ha il suo posto in questo elenco di «specialisti del particolare». Difficile, forse impossibile trovarne l’eguale nella letteratura europea del Novecento.

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Viaggi

A Belgrado, 20 anni dopo Dayton


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Arkan 2

Domenicale del Sole 24 ore, 22 novembre 2015

Primo aneddoto: Pola, Croazia, oggi. Un gruppetto di turisti serbi s’iscrive alla visita al teatro romano. È tardi, però, e l’unica guida rimasta è quella che parla croato. Il gruppetto di serbi si avvicina; la guida, giovanissima e gentile, li avverte: «Venite senz’altro, ma tenete presente che parlerò croato, pensate di poter capire?».

Sono passati vent’anni esatti dagli accordi di Dayton che hanno chiuso la guerra nella ex-Jugoslavia, e ho domandato ai miei commensali a Belgrado – insegnanti e giornalisti – che cosa hanno voluto dire quegli accordi, per loro, e com’è cambiata la vita nell’ex-Jugoslavia da allora. L’aneddoto è la loro risposta. Fa sorridere, perché per tutti i presenti è ovvio che un gruppo di turisti serbi è perfettamente in grado di capire il croato: è praticamente la stessa lingua. Non è ovvio, invece, per un’adolescente croata cresciuta dopo la guerra, perché in questi anni in Croazia si è fatta una politica linguistica aggressiva, che ha cercato di approfondire le piccole differenze tra serbo e croato, di rinominare in un croato per lo più immaginario oggetti che fino a ieri venivano chiamati con nomi percepiti oggi come ‘troppo serbi’. Si era sempre detto pasoš, per passaporto, adesso bisogna dire putovnica.

Ma in fatto di nazionalismo i serbi raramente restano indietro. Secondo aneddoto. Belgrado, oggi. Uno studente presenta una domanda per una borsa di studio. La domanda gli viene respinta non perché ci sia qualcosa che non va nel contenuto, ma per la forma, anzi per la grafia: è scritta infatti in caratteri latini, mentre l’amministrazione serba accetta soltanto documenti in caratteri cirillici, bisogna ripresentarla. Il cirillico è ‘parte dell’identità serba’, e le questioni identitarie possono non essere più casus belli, ma restano questioni di principio (che poi i serbi intelligenti, allenati da decenni di nicodemismo, trovino mille modi per aggirare anche le questioni di principio, è un altro discorso).

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Libri

Elsa Morante e il narciso infelice


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Elsa-Morante

Il Foglio, 11 aprile 2015

Davanti a una delle opere maggiori della Morante, un critico parlò del “romanzo di chi ha sognato un romanzo”. Per questo genere, in effetti, la scrittrice aveva un vero e proprio culto. Quando iniziò “Menzogna e sortilegio”, sognava di scrivere l’ultimo Grande Romanzo Integrale, un esemplare capace di riassumere in sé tutte le suggestioni dei suoi più celebri antenati editi tra il Seicento e il Novecento. Oltre a una fiera, incrollabile volontà di mirare ai massimi traguardi poetici, il suo sogno rivela una nostalgia struggente, la nostalgia di chi si sta congedando dalla storia secolare che partorì Don Chisciotte e Robinson, gli eroi di Stendhal e quelli di Tolstoj: rivela, cioè, uno spirito già postmoderno. Lo conferma l’abitudine di mescolare i riferimenti culturali e temporali più diversi. La Morante ci mette di fronte a un simulacro di narrativa ottocentesca avvolto in atmosfere insieme più antiche (il Seicento di Cervantes, il Settecento di Mozart) e più recenti (il Novecento di Kafka). Ma postmoderne sono anche, nei suoi romanzi, la tendenza a far regredire la psicologia e la cronaca verso un’irrealtà favolosa o mitica, e la tendenza a ingigantire le situazioni domestiche mentre la Storia è ridotta a misura di giocattolo.

La Morante, insomma, corteggia l’universo romanzesco con voluttà manieristica. Nelle forme classiche del genere cerca una patina in grado di nobilitare, con una doratura cavalleresca e antiquaria, le trame di mediocri famiglie italiane radicate in un centrosud assonnato e fatiscente. La sua mostruosa capacità di assimilare la Tradizione, con modi svagati ma anche pedanteschi, ha qualcosa di magico e infantile. Mentre scrive, sembra assorta come chi gioca e insieme officia un rito: somiglia un po’ a una sarta e un po’ a una chiromante, diceva Cesare Garboli. Ma proprio perché venera il Romanzo in quanto forma ideale, la Morante ne disconosce la natura di prodotto storico moderno: tra saghe greche, peripezie medievali, Ariosto, Defoe e Dostoevskij, non vede soluzioni di continuità. Ciò che conta, ai suoi occhi, è che sia il romanzo sia il mito, sia i poemi fantastici sia quelli naturalistici costituiscono un Tutto, un organismo capace di offrire una visione compiuta del mondo. Questa visione, dice la Morante, è un equivalente simbolico del pensiero: affermazione che aiuta a capire perché nei suoi libri il rapporto tra trame, immagini e teorie sia così stretto. Nonostante la sua inclinazione al fiabesco, la narratrice mantiene infatti un controllo ferreo sulle proprie architetture, governate da costellazioni di idee esposte con convinzione quasi idolatra. Del resto, la sua opera rappresenta quasi sempre personaggi invasi e sconciati da un’idea fissa, una mania o un’ambizione astratta. Perciò la scrittura morantiana oscilla di continuo tra la cocciuta definizione di un puro ideale e la pura favola. E’ un’oscillazione pericolosa, che nella narrativa conduce a un certo volontarismo (si veda “La Storia”), e negli interventi ideologici a una semplificazione equivocamente poetizzante (accade, ad esempio, nella conferenza sull’atomica).

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