Cultura e società

Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato, giovedì 18 alle 18.


  di Claudio Giunta

centropecci.it


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Istruzione

I dottori di ricerca dovrebbero avere la possibilità di insegnare a scuola


  di Claudio Giunta


Domenicale del Sole 24 ore, 14 dicembre 2014

La ventottenne G. è una studiosa eccellente: si è addottorata quest’anno col massimo dei voti, ‘dà una mano in università’, ma senza alcuna prospettiva di assunzione o di contratto (troppo giovane, non ha potuto fare il concorso che – un grato pensiero ai dirigenti del MIUR, se mi stanno leggendo – ha saturato l’università per il decennio a venire), e per il resto lavora come cameriera, soprattutto d’estate e durante le feste di Natale. Le piacerebbe insegnare a scuola, qualsiasi scuola, dalle elementari ai licei, ma non può, perché – troppo impegnata col dottorato, che se preso sul serio è molto gravoso – non ha fatto il concorso per l’abilitazione (TFA) bandito due anni fa, né ha potuto accedere al Percorso Abilitante Speciale (PAS) riservato a coloro che avevano un’esperienza d’insegnamento di almeno tre anni (troppo giovane, di nuovo), né potrà iscriversi al ‘percorso abilitante’ biennale che il ministero e le università stanno organizzando per i prossimi anni.

È un grosso errore, e un grosso spreco. Dovremmo agire in modo tale da permettere alla ventottenne G. di andare, subito, a insegnare: lei e quelli come lei, gli addottorati d’Italia, dovrebbero avere la possibilità di entrare immediatamente nelle scuole, senza ulteriori corsi, prove, concorsi. Nel dossier ministeriale intitolato La buona scuola, che consta di 136 pagine, le parole dottorato e dottorandi neanche ci sono: come se quei giovani studiosi non avessero alcun rapporto con la scuola, come se fossero incamminati verso un futuro che non può e non deve avere alcun rapporto con l’insegnamento scolastico. Ed è così, infatti, ma – ripeto – è un errore.

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Critica letteraria

Cinque domande sulla critica


  di Claudio Giunta


Allegoria, 65-66 (2012) - Interviste a cura di Gilda Policastro e Emanuele Zinato

La critica militante ha comportato, sin dai suoi esordi, decise scelte di campo e una dichiarata parzialità. Anche nell’attuale eclettismo delle teorie e dei metodi ritenete le scelte di campo un momento inevitabile nell’esercizio critico?

Direi di no, anche perché non saprei bene come riempire la formula ‘scelta di campo’. Mi sembra che siano un po’ passati i tempi delle scelte di campo politico che si riflettevano direttamente sul giudizio letterario, quelle che ispiravano, per intenderci, opinioni del genere: «la valutazione delle opere d’arte antiche o moderne è rigidamente inseparabile dal giudizio e dall’augurio che formuliamo per l’uomo, oggi» (Franco Fortini, Verifica dei poteri, Torino, Einaudi 1989, p. 169). Oppure: «Per esibire subito un chiaro programma, diciamo, e anzi postuliamo, che l’attualità di Dante può verificarsi, ai giorni nostri, in proporzione diretta al suo eventuale realismo» (Edoardo Sanguineti, Il realismo di Dante, Firenze, Sansoni 1966, p. 4). O almeno, sono passati per me. Direi che la valutazione delle opere d’arte antiche o moderne è separabilissima dal giudizio e dall’augurio che formuliamo per l’uomo, oggi. E direi che il realismo di Dante c’entra poco con la sua attualità, e che in fondo nessuna delle due questioni – il realismo di Dante, l’attualità di Dante – è particolarmente interessante, oggi.

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Spettacolo

Rezza-Mastrella a Torino, giovedì undici alle undici


  di Claudio Giunta

I docenti del DAMS di Torino (e io, anche) parlano con Antonio Rezza e Flavia Mastrella giovedì 11 alle 11 nell’Auditorium Quazza di Palazzo Nuovo (la sera, all’Astra, dall’11 al 14, fanno Bahamuth). Ingresso libero.

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Libri

Perché non si può dire ‘attimino’? Su un libro di Giuseppe Antonelli


  di Claudio Giunta


Domenicale del Sole 24 ore, 30 novembre 2014

In realtà si può dire benissimo. E si può dire attimino sia nel senso di ‘un breve arco di tempo’ (dammi solo un attimino) sia nel senso traslato di ‘un poco’ (ci vuole un attimino d’impegno). Si può, ma – almeno nel secondo caso – non è bello. E perché non è bello? Chi decide che cosa è bello e che cosa non lo è, nei fatti di lingua? Ecco: questo (e non ‘si può vs. non si può’) è il modo giusto di porre la questione.

Il fatto è che la lingua non è il codice della strada: nessuno vi multerà se direte ‘basta un attimino di pazienza’, o disfavo invece di disfacevo, o ‘possiamo andare a Roma, piuttosto che a Firenze, piuttosto che a Venezia’; e neppure se direte ‘spero che tutto vadi bene’. Se però usate espressioni del genere in mezzo a persone che hanno studiato o in mezzo a persone che, pur non avendo studiato tanto, sono abituate a una conversazione decente, vi guarderanno con un po’ d’imbarazzo (per voi) e di fastidio, ed è probabile che finiranno per non invitarvi alla prossima cena (in realtà, se dite vadi, come Fantozzi, e non siete un calciatore, nessuno v’inviterà neanche alla prima, di cena: non c’è bisogno di selezione, per selezionare).

Questo perché la lingua ha meno a che fare con la norma che con l’educazione. Dire attimino nel senso di ‘un poco’ è un po’ come mettersi le dita nel naso: non è un delitto, non fa male a nessuno, però vi crea il vuoto attorno. E ci risiamo. Perché?

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Istruzione

House of Cards a Viale Trastevere. Su “La buona scuola”


  di Claudio Giunta


Internazionale, 19 novembre 2014

All’inizio di House of Cards, prima serie seconda puntata, il malvagio Francis Underwood chiude un gruppetto di giovani geni della comunicazione in una stanza del Congresso perché scrivano un programma di riassetto dell’educazione scolastica: sarà la prima proposta di legge del neo-presidente degli Stati Uniti. Alla fine del lavoro, uno dei membri del gruppo chiede a Underwood: «History?», cioè «Abbiamo fatto la storia?». «History», risponde Underwood.

Qualche mese fa, il ministro Giannini ha fatto qualcosa del genere. Ha chiuso un gruppo di esperti, per lo più giuristi, in una stanza del ministero e ha chiesto loro di pensare e scrivere un dossier sulla scuola italiana: su com’è e su come va cambiata. Il risultato è un documento di 136 pagine che è stato messo online all’inizio di settembre. Contestualmente, il primo ministro Renzi ha chiesto ai cittadini di leggere e di dire la loro sul sito www.labuonascuola.gov.it. Domenica 16 novembre questa Grande Consultazione Popolare si è chiusa, e sul sito si possono leggere, oltre al testo del documento, i messaggi di centinaia di ‘gruppi di discussione’ sparsi per il paese, con i relativi like (uno potrebbe obiettare che la consultazione andava fatta prima di scrivere il documento, solo che sarebbe stato impossibile, e forse anche inutile se in testa alle proposte avanzate dai gruppi di discussione, a quota 467 like, c’è un capolavoro di concretezza come il seguente: «La scuola oltre la cultura deve formare la persona. Il voto deve comprendere anche una valutazione della persona, dell’impegno, della costanza e passione che impiega»).

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Libri

Su Domenico Rea


  di Matteo Marchesini


Il Foglio, 1 novembre 2014

La commozione che continua a suscitare in molti il pensiero del secondo dopoguerra, anche a distanza di una vita umana media, non dipende solo dal fatto che fu un periodo “epico”, come si dice con un aggettivo un po’ strapazzato; né solo dal fatto che, come ci hanno raccontato tante volte i testimoni, le speranze concepite tra le macerie furono presto tradite e spente. Questo capita a tutte le vicende umane. No, ad apparire struggente è il fatto che si visse allora un tramonto come fosse un’alba: che ci si illuse, cioè, di poter rifondare un mondo in via di estinzione già prima del climax del 1940-’45. Le impalcature di questo mondo erano state infatti sepolte dalla Grande Guerra, dalle dittature politico-economiche, dalle avanguardie e dalle filosofie della crisi. Così, chi confidava nella Costituzione si ritrovò presto impantanato nella partitocrazia, e chi sognava una rivoluzione venne immobilizzato dalla guerra fredda, mentre il proletariato sfumava nella meschina borghesia del boom. La cultura nazionapopolare ispirata al grande Ottocento, che i crociomarxisti proposero alla nascita della Repubblica, fu sorpassata da tv e scienze umane, e la chimera di un nuovo realismo tolstoiano subì gli attacchi sprezzanti di neoavanguardisti e strutturalisti, che spiegarono come nella società dove tutto è segno la Realtà sia appena un riflesso di superficie balenante tra le righe di eclettici collage postmoderni.

Al solito, furono i ventenni cresciuti sotto il fascismo a pagare nel modo più ingenuo l’illusione che la Storia fosse tornata a incarnarsi nella vita di tutti, e che dopo un’epoca di squisiti isolamenti si potesse reimparare “ciò che siamo”, o almeno “ciò che vogliamo”. Il trauma si legge con chiarezza nelle biografie dei letterati. L’umanesimo fecondato dal sangue della guerra sembrava aprire un futuro poetico ricco di promesse, e invece si lasciò vincere da un’arte che si voleva di nuovo autoreferenziale: rimase, insomma, un’oasi persa nella steppa novecentista del secolo, un breve miraggio lampeggiante ai bordi dell’autostrada che collega i centri di simbolismo e avanguardie storiche a quelli di strutturalismo e neoavanguardie, il frammentismo o il capitolo antinarrativo degli anni Dieci e Venti ai pastiche antinarrativi o agli apologhi borgesiani degli anni Sessanta e Settanta.

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Libri

“I giorni e gli anni” di Uwe Johnson


  di Claudio Giunta


La casa editrice L’Orma ha pubblicato il terzo volume – e ripubblicato i primi due – del capolavoro di Uwe Johnson (era meclemburghese, si legge uve iónson) «I giorni e gli anni» (traduzione di Nicola Pasqualetti e Delia Angiolini) uno dei grandi romanzi del Novecento.

I romanzi di questi ultimi anni danno spesso l’impressione che (1) la vita dello scrittore-protagonista, la sua vita intima, e più le sue traversie sessuali che i suoi pensieri, sia la cosa più interessante del mondo; e che (2) gli esseri umani che stanno fuori del perimetro della vita dello scrittore-protagonista siano dei pezzi di merda.

Così è abbastanza normale che i libri scritti prima di questa età del narcisismo depresso suonino tranquillizzanti, quasi euforici anche se parlano di cose davvero tremende come la guerra, il nazismo, l’occupazione sovietica. I giorni e gli anni di Uwe Johnson è, come giustamente si legge nei riassunti dei lanci di stampa e nelle recensioni, ‘un grande affresco sulla storia tedesca tra gli anni Venti e gli anni Cinquanta’, e insieme una descrizione della vita americana alla fine degli anni Sessanta vista attraverso gli occhi di due emigranti tedesche, la trentacinquenne Gesine Cresspahl e sua figlia undicenne Marie. Gesine e Marie hanno lasciato la Germania Est e vivono una nuova interessante vita a New York. Gesine lavora in una banca e fa carriera, e qualcosa o molto (e soprattutto il ricordo del padre di Marie, Jakob) la tiene ancora avvinta alla madrepatria; invece, l’unico filo che lega la già americanizzata Marie alla Germania e alla storia familiare sono i racconti della madre. Noi – con lei, Marie – ascoltiamo questi racconti.

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Libri

Su “Cuore primitivo” di Andrea De Carlo


  di Matteo Marchesini


Il Foglio, 31 ottobre 2014

«Che fa nel ritratto lo Scrittore? Scrive, che domanda!», diceva Sbarbaro pensando alle pose dei suoi colleghi più impettiti. Lo sfottò m’è tornato in mente leggendo Cuore primitivo (Bompiani), l’ultimo romanzo di De Carlo, che invita a fare il punto sui trent’anni di presenza pubblica del nostro narratore più liquido e seriale. Ma a ricordarmi Sbarbaro non è stato l’autore, che anzi preferisce farsi fotografare tra barche e pergolati, poliedricamente chino su qualche strumento musicale o alonato dalla sportiva riflessività di uno yogin avvezzo a sedurre senza perdere l’aplomb; è stato invece il suo nuovo alter ego romanzesco, Craig Nolan, aitante antropologo inglese che al prestigio accademico unisce un successo televisivo degno di Valerio Massimo “Indiana Jones” Manfredi.

Con la moglie scultrice Mara Abbiati, Craig trascorre l’estate tra mare e monti liguri, in una di quelle case cadenti che gli intellettuali decarleschi occupano nel centro Italia quando hanno voglia di autarchia. Ma a volte l’autarchia costa caro: salito sul tetto a coprire un buco, Craig precipita ammaccandosi gambe e schiena; e per riparare i danni, Mara assolda Ivo Zanovelli, un costruttore spregiudicato di cui presto s’infatua. Ora, in tutto ciò il pedante prof. Nolan non smette un attimo di sovrapporre a quel che gli accade dei commenti da bignami di antropologia. Mentre prova a correggere l’eccessiva fiducia della moglie nei melliflui imprenditori italiani, eccolo che riflette sul rapporto tra divisione dei ruoli nella coppia e sopravvivenza della specie. Se fronteggia Ivo sull’uscio di casa, cita tra sé le ricerche di qualche équipe sulla distanza esatta a cui due corpi umani iniziano a trasmettersi aggressività. Quando una vicina lo invita a trasferirsi da lei per sfuggire al rumore degli operai, non può evitare un richiamo all’ospitalità dei kenioti Bukusu. Arriva addirittura a giustificare una propria scappatella spiegando che «la tendenza alla poliginia è innata nei maschi alfa», e allegando apparato bibliografico. In più, controlla la moglie ossessivamente, irritato che la crescente fama di lei gli sottragga un po’ di scena.
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Libri

“Solovki”, da Bookabook a Mondadori


  di Claudio Giunta

Mmmmm…. Veramente era cominciato tutto un po’ come uno scherzo (davvero!): uno scherzo scrivere una specie di romanzo giallo, uno scherzo mandarlo a un’agenzia letteraria, uno scherzo organizzare il crowdfunding con Bookabook, mettere dei pezzi in rete… Be’, alla fine la cosa si è fatta seria: Mondadori ha comprato i diritti del libro, lo pubblicherà nel 2015. Incredibile, no? Se vendo delle copie potrei persino scrivere il seguito. Ri-ri-ri-ringrazio di cuore tutti quelli che hanno contribuito: senza di voi, alla lettera, non se ne sarebbe fatto gnente.

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