Libri

“Solovki”, da Bookabook a Mondadori


  di Claudio Giunta

Mmmmm…. Veramente era cominciato tutto un po’ come uno scherzo (davvero!): uno scherzo scrivere una specie di romanzo giallo, uno scherzo mandarlo a un’agenzia letteraria, uno scherzo organizzare il crowdfunding con Bookabook, mettere dei pezzi in rete… Be’, alla fine la cosa si è fatta seria: Mondadori ha comprato i diritti del libro, lo pubblicherà nel 2015. Incredibile, no? Se vendo delle copie potrei persino scrivere il seguito. Ri-ri-ri-ringrazio di cuore tutti quelli che hanno contribuito: senza di voi, alla lettera, non se ne sarebbe fatto gnente.

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Università

Sulla nuova biblioteca dell’università di Trento


  di Claudio Giunta


Corriere del Trentino, 21 ottobre 2014

Spiegàti più volte, i fatti relativi alla nuova biblioteca delle Albere non sono ancora chiari a tutti, specie quanto alla parte che, nella vicenda, ha avuto l’università: lo si deduce anche dall’articolo di Franco Rella uscito venerdì scorso su questo giornale, articolo nel quale si parla tra l’altro di una «inesausta e forse inesauribile volontà di conquista» del territorio da parte dell’università, che «avanza inesorabile come volesse fondare un suo califfato».

Le cose sono un po’ meno truci.

(1) L’università attende da più di dieci anni la costruzione di una nuova biblioteca. Quella progettata dall’architetto Botta, che sarebbe costata 65 milioni, non ha mai ricevuto la licenza edilizia. L’università ha quindi accettato – in spirito di collaborazione, e non certo perché questa sia la soluzione ottimale – un ripiego: ricevere dalla Provincia in comodato gratuito il centro congressi che si sta costruendo alle Albere, e convertire il centro congressi in biblioteca. Il costo del centro congressi è stato di 34 milioni di euro. Il costo della conversione è di circa 10 milioni di euro. Dunque non c’è, da parte dell’università, alcuna volontà di conquista: c’è l’idea che anziché costruire ex novo si usi quello che già c’è, per risparmiare (dovevamo spendere 65 milioni di euro, ne spendiamo 10); c’è l’idea di prendere quello che ci danno, anche se è un po’ lontano dalle nostre sedi, cercando di ricavarne una bella biblioteca: cosa alla quale stiamo lavorando.

(2) Anche a me, come a Rella, pare spesso un po’ vana la ‘fregola da archistar’ che assale ogni tanto committenti privati e pubblici. Solo che l’università non c’entra niente con la commissione all’architetto Piano del centro congressi (o del quartiere delle Albere, o del Muse, ecc.): prendiamo, ripeto, un edificio già in costruzione, che altri ha commissionato. Inoltre, bisogna anche dire che le archistar, al di là dell’etichetta repellente, sono poi soprattutto dei bravi architetti, e che gli edifici che – poniamo – Botta e Piano hanno costruito in Trentino in questi anni sono piuttosto belli (mentre non lo sono altri edifici di non-archistar su cui nessuno sembra abbia voglia di eccepire): forse fare in modo che la città di Trento si apra, a sud, con una biblioteca progettata da Renzo Piano può non essere, tutto sommato, una cattiva idea.

(3) Gli edifici dello spazio-fiere, che verranno riprogettati all’interno dell’università (niente archistar), servono a mettere ciò che nell’area della nuova biblioteca (ex centro congressi) non ci può stare, e cioè aree-studio adeguate, una mensa decente, depositi per i libri: cose che una buona università europea deve avere, e che credo possano giovare molto anche alla vita della città (così come le gioverà la nuova biblioteca: portando nel quartiere delle Albere – per usare le parole di Rella, ma con meno sufficienza, perché mi pare un’ottima cosa – «qualche sussulto di vita» e «qualche recupero economico»).

(4) Mentre afferma la sua «inesausta e forse inesauribile volontà di conquista» estendendosi allo spazio-fiere, l’università lascia vacante l’area di Piazzale Sanseverino (dove doveva sorgere la biblioteca Botta) e l’area della progettata mensa di Via Santa Margherita, che potranno essere utilizzate altrimenti.

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Cultura e società

Libertà di riproduzione nelle biblioteche e negli archivi


  di Mirco Modolo


Il Giornale dell’Arte n. 345, settembre 2014


A Londra e Parigi gli studiosi possono riprodurre i documenti con mezzi propri, in Italia ancora no. Il danno per la libera ricerca è gravissimo.

La nuova norma introdotta dal decreto ArtBonus, che prevede la liberalizzazione delle riproduzioni nei musei, sarà pure una novità interessante per le migliaia di turisti che potranno ora sbizzarrirsi con le foto ricordo, ma per la realtà della ricerca rappresenta purtroppo una delle tante occasioni perse che oggi faremmo volentieri a meno di collezionare. Ce ne accorgiamo subito se confrontiamo il testo definitivo della legge con quello, davvero rivoluzionario, del decreto nella sua formulazione originaria che liberalizzava la riproduzione per finalità di studio dell’intero universo dei beni culturali, compreso dunque quel materiale documentario conservato negli archivi e nelle biblioteche, che invece un emendamento della Camera dei Deputati ha deciso di escludere, stroncando l’iniziale entusiasmo dei ricercatori.

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Cultura e società

L’agente segreto


  di Guido Vitiello


Il Foglio, 20 settembre 2014

Edmondo Berselli si divertiva a immaginare che nelle riunioni a via Solferino, quando i casi del giorno richiedevano un commento dotto e pensoso, la redazione del Corriere brancolasse nel buio finché una vocina esitante non tirava fuori, per il sollievo generale, il nome decisivo: “Magris?”. A Repubblica non hanno più in panchina l’asso absburgico, ma chissà che anche lì non si svolgano di quei conclavi. C’è un affare tenebroso, una madre infanticida, uno zio cannibale, una suocera licantropa, qualcosa insomma che imponga di scandagliare l’animo umano a profondità dostoevskiane inaccessibili a Michela Marzano. Si discute, ci si arrovella, si pondera, ci si dispera. Poi, tana libera tutti: “Recalcati?”. Ma non è necessario che le cronache offrano crudeltà favolistiche. Può accadere per esempio che un venerato maestro di Repubblica scriva un romanzo a base di isteriche viennesi, e che questo sia accolto nella (fu) nobile collana dei Supercoralli Einaudi. Da Largo Fochetti, dopo la fumata bianca, parte una telefonata: “Professore, ci psicoanalizzi Augias”.

A egregie cose il forte animo accendono le collane de’ forti, e così la psicostar lacaniano-foscoliana s’inventa un incipit grandioso: “Quid est veritas? È la domanda che Pilato rivolse a Gesù e che risuona sulle labbra di un personaggio di Il lato oscuro del cuore, prima prova di letteratura ‘alta’ di Corrado Augias che Einaudi ha deciso di ospitare nella sua collana più prestigiosa, dove appaiono i nomi dei grandi: Rigoni Stern, Roth, Auster, McCarthy, Calvino, DeLillo”. Ma scartiamo subito la chiave del ridicolo. Il ridicolo è alle spalle, lo vediamo dal lunotto posteriore mentre sventola il fazzoletto di lontano: siamo entrati in un territorio nuovo, lampantemente parodistico, che richiede congetture più sottili. La prima è una mia personale teoria cospiratoria intorno alla quale sto raccogliendo un piccolo dossier: in breve – tenetevi forte – Repubblica non esiste più, a Largo Fochetti c’è ormai un centro polisportivo o una sala bingo, e gli articoli delle grandi firme, Recalcati Spinelli Cordero Saviano Merlo, li scrive tutti Michele Serra nello stile delle parodie di Cuore (ho capito che era qualcosa più di una teoria dopo i reportage brasiliani di Concita De Gregorio).

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Istruzione

La Buona Scuola


  di Enrico Rebuffat


Nel rapporto La Buona Scuola. Facciamo crescere il Paese, appena pubblicato dalla Presidenza del consiglio dei ministri e dal Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca, uno speciale interesse per i docenti riveste il secondo capitolo, dal titolo Le nuove opportunità per tutti i docenti: formazione e carriera nella buona scuola; e in particolare il paragrafo 2.3, Premiare l’impegno: come cambia la carriera dei docenti.

Ormai da molti anni gli insegnanti della scuola pubblica sono privati del rinnovo contrattuale; sono sottoposti con tutti i dipendenti statali al perdurante (e ne è stata annunciata l’ulteriore proroga fino a tutto il 2015) blocco degli stipendi, per i quali non viene riconosciuto neppure l’adeguamento all’inflazione; sono titolari di retribuzioni tra le più basse d’Europa per la categoria, talmente esigue che tutti gli ultimi ministri dell’istruzione (compresa l’attuale) hanno, all’inizio del loro incarico, biasimato pubblicamente questa situazione. È dunque comprensibile che le aspettative dei docenti su questo tema, già molto vive, siano state ulteriormente stimolate dalle frequenti dichiarazioni del Presidente del Consiglio, il quale ha più volte enfatizzato la centralità della professione docente per lo sviluppo della nazione e la necessità di un suo maggiore riconoscimento; un’enfasi di cui è tutt’altro che privo lo stesso Rapporto:

«Questo Governo non ha esitazioni: la scuola è la priorità del Paese, e su di essa intendiamo mobilitare le risorse che servono» (p. 118).

Ma l’argomento non riguarda solo i diretti interessati, al contrario risulta fondamentale rispetto al tema della “buona scuola”: perché è evidente che la condizione contrattuale e il trattamento economico di una categoria di lavoratori non possono non incidere sia sulla qualità del servizio da loro prestato (soddisfazione e motivazione dei docenti nei confronti del proprio lavoro, attualmente assai in crisi; possibilità concreta, oggi seriamente compromessa, di usufruire nel quotidiano di quelle esperienze culturali, che costituiscono la più autentica formazione di un docente), sia sulla composizione stessa della categoria (capacità di attrazione della professione docente per i migliori giovani e gli studenti più brillanti: oggi quasi a zero).

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Viaggi

Digitalizzare tutto


  di Claudio Giunta

Domenicale del Sole 24 ore, 7 settembre 2014

Quando chiedo all’impiegata della Biblioteca Nazionale di Oslo se posso ordinare un microfilm del manoscritto che sto studiando lei si stupisce: «Ma glielo possiamo digitalizzare!». E se fossero solo un paio di pagine? «Allora fotografi lei stesso». E così faccio, coll’ipad. Quando chiedo se c’è qualcosa da pagare, lei è ancora più stupita: «Perché?».

Alla Biblioteca Nazionale di Oslo c’è questa atmosfera rilassata, amichevole, e soprattutto questa liberalità nella concessione dei materiali che a chi ha esperienza di biblioteche suona un po’ come una barzelletta: niente fogli da compilare, niente attese di settimane per avere la fotocopia o il microfilm? Niente foto scattate di nascosto in qualche anfratto, schiarendosi la voce per coprire il clic? Non che sia un sistema senz’altro importabile in Italia: nella sala manoscritti della Nazionale di Oslo eravamo in due, e si capisce che è anche una questione di numeri, di quantità delle richieste, di pregio dei documenti. E poi è facile essere perfetti se si è in cinque milioni, si galleggia sul petrolio e si fa pagare venti euro una pizza. Ma la prontezza della risposta – «Glielo possiamo digitalizzare» – fa riflettere perché, manoscritti a parte, in Norvegia si sta facendo, col digitale, qualcosa che nessun altro paese al mondo ha ancora fatto. Ne parlo con Jon Arild Olsen, che dirige la sezione dedicata alla ricerca e all’accesso al pubblico.

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Libri

Su “Quitaly” di Quit the Doner


  di Claudio Giunta


Domenicale del Sole 24 ore, 24 agosto 2014

Come fare, come scrivere, oggi, un ‘Viaggio in Italia’? Prendere la macchina o il treno e attraversare il paese da sud a nord o da nord a sud aveva senso fino a qualche decennio fa, quando l’Italia – mancando la TV e internet – era una plaga semisconosciuta, e quando le differenze tra i posti erano veramente grandi. Oggi si finirebbe per constatare quello che più o meno tutti sanno o possono sapere facilmente cercando su Google. Come fare, come scrivere, dunque? Mi pare che i risultati migliori, in questi anni, siano venuti da coloro che hanno saputo isolare un solo pezzo di realtà italiana e ne hanno scritto con intelligenza, interesse, amore; i primi che mi vengono in mente: Franchini (L’abusivo, Gladiatori), Albinati (Maggio selvaggio), Leogrande (Uomini e caporali), Arminio (Vento forte tra Lacedonia e Candela).

Il giornalista-scrittore che si fa chiamare Quit the Doner ha fatto così, su scala minore: ha isolato non uno ma una dozzina di frammenti di realtà e ne ha scritto per due riviste online, Vice e Linkiesta. Ora il libro Quitaly. L’Italia come non la raccontereste ai vostri figli, raccoglie quei reportage, con qualche aggiunta. A parte la lunghezza dei pezzi, la differenza più vistosa, rispetto ai libri che ho citato, sta nel fatto che quelli erano libri seri, a volte tragici, che volevano soprattutto documentare e far riflettere; Quitaly è invece questa cosa rara: un libro serio che vuole soprattutto far sorridere o ridere. Perciò è normale che la scelta dei posti da visitare sia funzionale allo scopo: sono soprattutto posti strani, o popolati da gente strana e un po’ respingente, come il congresso di quelli di Herbalife («Vuoi dimagrire? Chiedimi come!»), una festa di cinematografari romani, gli attivisti di Forza Italia riuniti a Piazza del Popolo, un beach party in Salento, il raduno di quelli che credono alle scie chimiche (no, non occorre saperne di più).

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Libri

La “Vita Karoli” di Eginardo


  di Claudio Giunta


Domenicale del Sole 24 ore, 10 agosto 2014

Dodici secoli fa, quest’anno, moriva Carlo Magno. Pochi anni dopo (i primi anni Venti del secolo IX secondo alcuni studiosi, la fine degli anni Venti secondo altri), il nobile francone Eginardo ne scrisse la biografia.

Eginardo aveva studiato nel monastero benedettino di Fulda, nel cuore dell’attuale Germania, ma senza prendere gli ordini, dopodiché, attorno al 790, era stato mandato dal suo abate alla corte di Carlo Magno, ed era diventato uno dei suoi consiglieri più fidati. Morto Carlo, continuò a servire il figlio Ludovico nei tempi non facili della successione, fino a quando, sessantenne, non si ritirò nel monastero di Seligenstadt, dove morì nell’840. La sua biografia di Carlo è una delle prime, nel Medioevo, che sia dedicata non a un ecclesiastico ma a un laico, ed è una biografia d’impianto svetoniano, vale a dire che dallo storico latino Svetonio, la cui Vita Augusti era certamente conservata a Fulda, Eginardo ricava la struttura non cronologica ma tematica del suo referto (res gestae in guerra e nella vita civile, costumi, vita privata); e da lui assorbe anche l’interesse, più che per i grandi fatti storici, per le notizie spicciole, per gli aneddoti adatti a definire, per dir così, un carattere piuttosto che un destino: «il mio intento, in quest’opera, è consegnare alla memoria piuttosto il modo in cui visse che le sue imprese militari».

Varcata questa soglia, memorizzate queste poche nozioni, il lettore può immergersi senz’altro nella trentina di pagine del testo, ripubblicato ora con un amplissimo commento da Paolo Chiesa nella collana Per Verba della Fondazione Franceschini. È una lettura avvincente e sorprendente, specie per chi abbia nella memoria il giudizio ingeneroso che di Eginardo diede Auerbach in Lingua letteraria e pubblico (su cui è da vedere ciò che scrive, severo ma equilibratissimo, Francesco Stella in uno dei saggi che accompagnano l’edizione).

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Viaggi

Viaggio d’istruzione nella Calabria ionica/3


  di Claudio Giunta


www.internazionale.it

Roccelletta, frazione del comune di Borgia, è uno dei siti archeologici più belli d’Italia, ma la nostra visita è memorabile soprattutto perché l’area intorno alle rovine è piena di gelsi, che in maggio fruttificano. Nessuno di noi va veramente matto per i gelsi, ma sono le sei di un giorno soleggiato e ventoso, siamo gli unici visitatori, sullo sfondo ci sono queste stupende colline, e pochi chilometri a est il mare: ci sembra un peccato non approfittarne, non recitare la nostra parte, non arrampicarci sugli alberi come facevamo da bambini.


Conclusione: per fare il percorso tra le rovine, che durerebbe una ventina di minuti, ci mettiamo due ore, intontiti da una semi-indigestione. Ecco la basilica normanna di Santa Maria della Roccella:


Ecco il teatro romano:


E il panorama dalla collina:


«Cosenza Potenza / carne morta in partenza / consacrata alla violenza / senza opporre resistenza». Un quarantenne del nord non riesce a entrare a Cosenza senza canticchiare questo pezzo di Frankie HI-NRG, ma il segreto – ormai ci è chiaro, anzi ci è chiaro da una vita – è passare soltanto nei posti, non fermarsi mai troppo, e un passaggio nel centro storico di Cosenza è delizioso: sembra una cittadina toscana, solo molto più cadente, o meno gentrificata, che è lo stesso. Nel bel Duomo gotico c’è la ragione per cui siamo venuti sin qui, ed è, a guardarla da vicino, una buona ragione.

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Viaggi

Viaggio d’istruzione nella Calabria ionica/2


  di Claudio Giunta


www.internazionale.it

Da Seminara in poi la compagnia e il consiglio di Sante e Giuseppe diventano sempre più preziosi, perché le possibilità – chiese, paesini, punti panoramici – sono tante, e nessuna delle guide della Calabria è davvero soddisfacente: o meglio, nessuna delle guide in commercio, dato che la migliore di tutte, la Guida Rossa del Touring, è stata stampata l’ultima volta nel 1980, e oggi è introvabile (c’è la Guida Verde, che però non è lo stesso, perché di arte e storia dice poco o niente). In più, la segnaletica è abbastanza infame: preparatevi a chiedere alla gente, ad essere accompagnati dalla gente nei posti in cui volete andare, e che si chiamano sempre con un nome simile a quello di un altro posto lì vicino, un nome troppo simile per non prestarsi all’equivoco: in quale idillico mondo pre-automobilistico si è deciso che il paese X, a cinque chilometri da Taurianova, si sarebbe chiamato Terranova?

Comunque sia, Terranova Sappo Minulio è un paesino che nella nostra guida neanche c’è, e che invece non bisogna perdersi. Ricostruito (bene) dopo il terremoto del 1783, è un paese in leggera salita, con strade ortogonali e casette basse e pulite, illuminate – in questa fine di maggio – da una luce nordica, islandese, e tutto attorno un bosco di ulivi che Sante definisce con una coppia di aggettivi incongrua ma azzeccata: «memorabili e ornamentali» (ornamentali, mi spiega, perché sono olivi selvatici da cui non si ricava olio: lo si ricavava un tempo, ed era un olio molto acido detto lampante, perché lo si usava per l’illuminazione. La luce elettrica ha eliminato l’olio e ha lasciato le piante). A Terranova Sappo Minulio ci arriviamo alle tre del pomeriggio e non c’è nessuno e non si sente niente, solo il vento che fa vibrare le fettucce di nastro biancazzurro teso sulle facciate delle case e agli incroci: tre giorni fa c’è stata la festa del patrono.

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