Istruzione

Un uomo solo al comando. Sulla riforma della scuola


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Coppi 2

Internazionale online

Qualsiasi discorso prende una piega diversa, a seconda che si parli o che si scriva, ma mi pare che nel discorso sulla scuola la forbice sia sorprendentemente ampia. Forse perché è un discorso strano in partenza: uno dei pochi in relazione ai quali il parere dei non esperti (tutti quelli che sono andati a scuola: cioè tutti) non è solo più interessante ma anche, spesso, più fondato di quello degli esperti. Se la scuola ha funzionato, non in generale, ma per X o per Y – è soprattutto questo, alla fine, che conta: ed è soprattutto il parere di X e di Y che conta.

Comunque sia, gli articoli che ho letto in queste settimane sulla progettata riforma della scuola mi sono sembrati quasi tutti documentati e corretti, ma un po’ astratti; come astratto – pietosamente astratto, devo dire – era il documento La buona scuola preparato l’anno scorso dal ministero, documento che infatti ha poi trovato poca o nulla rispondenza nel disegno di legge del governo: era letteratura motivazionale, come tanta altra.

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Università

Il problema dell’università italiana, se bisogna dirne uno solo


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Internazionale online

Io sono entrato all’università come professore associato a 31 anni, al cinquanta per cento circa per merito mio. Il senso di colpa che provo per il cinquanta per cento mancante si mitiga un po’ quando mi guardo attorno e vedo docenti che sono, per l’università, più o meno quello che la criptonite è per Superman: il docente asino, il docente matto, il docente che fa da decenni sempre lo stesso (pessimo) corso, il docente che si presenta in aula tre volte e poi manda a far lezione i dottorandi (infinitamente migliori di lui, ma non pagati per insegnare, mentre lui lo è). Tale è (in parte, si capisce) il panorama umano che si contempla nelle università italiane: un dato che andrebbe ricordato ogni volta che si lamenta la scarsità dei finanziamenti, «lo Stato che ci ha abbandonato», l’idiozia delle verifiche ministeriali, le strettoie dell’Anvur; o ogni volta che si vanta l’eccellenza (una parola che si trova con frequenza sorprendente sulle labbra dei mediocri) degli atenei italiani. Gli atenei italiani pagano un gran numero di persone che in qualsiasi azienda privata (in qualsiasi azienda che, a differenza dello Stato, debba rispondere a qualcuno del proprio operato) verrebbero licenziate in tronco.

Che fare? Niente. Il passato è immedicabile, e anche l’immediato futuro. Per il futuro meno immediato si può provare a fare qualcosa, si sta facendo qualcosa. Tre anni fa, il MIUR ha bandito un mega-concorso al termine del quale un numero considerevole di ricercatori o di professori associati, nei vari settori disciplinari, sono stati dichiarati idonei allo scatto di carriera, cioè alla chiamata – rispettivamente – come professori associati o come professori ordinari. Meritavano tutti quanti questa abilitazione? Assurdo pensarlo. Qualcuno la meritava al cento per cento, qualcuno al cinquanta (come me a suo tempo), molti non la meritavano affatto (il docente che va in aula tre volte l’anno, per esempio: che, non insegnando, pubblica un mucchio). Ma al di là del merito, il problema è che gli atenei hanno, come sempre, pochi soldi, e per smaltire (cioè per promuovere) tutti questi abilitati ci vorranno anni (l’abilitazione ne durava quattro, ora ne dura sei: che è già un modo per dire ‘mettetevi comodi’). Questo è un peccato per gli interessati (che spesso meritano, e da anni, la promozione) ma è un peccato soprattutto per (1) chi ha avuto l’abilitazione ma non lavora già nell’università, e ancora di più per (2) quelli che non si sono abilitati perché due o tre anni fa, quando si sono presentate le domande, erano troppo giovani e non avevano abbastanza pubblicazioni (gli toccava concorrere, infatti, con gente di venti, trent’anni più anziana, che aveva pubblicato, com’è logico, molto più di loro: la qualità conta fino a un certo punto).

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Istruzione

Il Dirigente scolastico


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Catellani

Rivista Il Mulino online

Le polemiche e le proteste degli insegnanti italiani sulla legge di riforma del sistema scolastico nazionale hanno assunto nelle scorse settimane toni assai violenti, e ancora proseguono, dal momento che il governo ha già ottenuto il voto della Camera, e dunque la legge sta diventando realtà. Uno dei suoi effetti sarà quello di disegnare una nuova figura di Dirigente Scolastico, dalle prerogative e dalle responsabilità decisamente accresciute, che è diventato nel lessico della protesta il “preside-sceriffo”, il “preside autocrate”, il vertice di una “scuola aziendalista” e anticostituzionale: uno dei suoi poteri sarà infatti quello di conferire e di riconfermare o meno nella sua scuola, a cadenza triennale, gli incarichi ai docenti di ruolo titolari sugli albi territoriali.

Questa innovazione ha una sua logica, forse sfuggita a molti, che è quella di potenziare la scuola dell’autonomia: se infatti le scuole devono costruirsi dei profili specifici tenendo conto del contesto sociale e culturale in cui sono chiamate ad operare, è evidente che devono essere svincolate il più possibile dal controllo centrale. I Dirigenti devono dunque rappresentare dei vertici decentrati della gerarchia ministeriale, assumendo nuove prerogative e compiti di governo delle scuole. Chi dissente da questa impostazione dovrebbe farlo auspicando un centralismo più accentuato: dunque tanto per cominciare nessuno spazio alla progettazione didattica autonoma, ma ritorno alla vecchia idea di ‘programma’ disciplinare uniforme per tutto il territorio nazionale, con conseguente scomparsa del Fondo d’Istituto, che in questi anni ha permesso ai docenti più attivi anche di incrementare il magro salario mensile. Appare dunque un cortocircuito il richiamo, all’interno della protesta, alla libertà d’insegnamento contro la scuola dell’autonomia.

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Istruzione

Una ragionevole difesa della Buona Scuola


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Corteo

www.nelmerito.com

L’attuale dibattito critico sull’approvazione, alla Camera, del ddl del Governo sulla “Buona Scuola”, ora passato all’esame del Senato, suscita più di qualche riflessione. Gran parte delle doglianze che si sollevano nei confronti del ddl in questione sembrano inconsapevoli della circostanza che questo intervento normativo si muove, con spirito senz’altro più pragmatico che teorico, in un campo d’azione contingente ben preciso e sotto l’influenza di un disegno generale predefinito, per nulla inedito e largamente ispirato a valutazioni in parte già interne agli sviluppi consolidati della legislazione nazionale, in parte svolte a un livello differente da quello statale. 

Il corpo più significativo delle disposizioni del ddl è volto a introdurre misure funzionali a un vero e proprio piano di assunzioni, accompagnato da alcuni accorgimenti organizzativi finalizzati a renderlo il più effettivo possibile nell’immediato e a razionalizzare progressivamente alcune problematicità dell’assetto attuale. Questo, e null’altro, è l’ambito immediatamente operativo di una “revisione” che ha il tenore della “manutenzione” contingente e che, quindi,  non vuole essere né renovatio, né tanto meno reformatio. Il ddl intende, in altre parole, sia creare le condizioni materiali per una rapida e “straordinaria” soluzione della questione dei docenti precari (artt. 10-11), sia sperimentare, per questa via, un sistema di programmazione periodica dell’organico che consenta, anche pro futuro (ma, per dirla alla Manzoni, con juicio, data la gradualità delle relative previsioni), di bilanciare le istanze degli insiderscon quelle degli outsiders (art. 8). Lo scopo, come si vede, è duplice e del tutto ragionevole: rispondere all’urgenza determinata dalla pronuncia della Corte di giustizia sul noto caso Mascolo, da un lato; far fronte alle risalenti e incomprensibili sfasature tra organico di fatto e organico di diritto e sostituire, alle incertezze di una gestione soltanto annuale e sempre improvvisata, un metodo previsionale di maggiore durata.

Le rimostranze, però, prendono di mira gli strumenti prescelti, poiché – si dice – la messa in regime del piano di assunzione sarebbe consegnata alla discrezionalità non pienamente controllata dei dirigenti scolastici, il cui ruolo (v. all’art. 9) risulterebbe assai (o troppo) rafforzato, a discapito della certezza dello status dei docenti, e della loro libertà di insegnamento, e al di fuori di un chiaro meccanismo di responsabilizzazione, o valutazione, dei dirigenti stessi. Questi sarebbero, così, destinati a trasformarsi in piccoli tiranni locali, sensibili ad ogni tipo di influenza, politica o personale, nella cornice di un processo di evoluzione apertamente aziendalizzante degli istituti scolastici. A sostegno di simili rilievi si evidenzia che nel ddl sono i dirigenti a conferire gli incarichi di docenza all’interno delle singole istituzioni e che essi si possono anche avvalere di colloqui ad hoc, tenendo conto, altresì, delle candidature che anche gli aspiranti possono formulare. Di più: si osserva anche (v. all’art. 13) che è sempre il dirigente ad essere il vero dominus del rapporto di lavoro dei docenti, dal momento che gli spetta anche il compito di assegnare ogni anno una quota dell’apposito fondo per la valorizzazione del merito.

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Cultura e società

750


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Torta

Domenicale del Sole 24 ore, 17 maggio 2015

Dante Alighieri si sarebbe molto meravigliato se gli avessero detto che nel 2015 gli italiani avrebbero festeggiato il suo settecento-cinquantesimo compleanno.

Non che avesse dubbi circa il proprio valore, o circa la durata della propria fama: non che non sapesse di essere un genio, e non che questa consapevolezza fosse temperata dalla modestia. Chi l’ha letto conosce bene le sue candide dichiarazioni di eccellenza, come quando nella Vita nova promette di dire un giorno di Beatrice «quello che mai non fue detto d’alcuna»; o come quando nel De vulgari eloquentia porta i suoi propri versi ad esempio di come dev’essere fatta una poesia in volgare; o come quando nel Convivio si assume il compito di illuminare «coloro che sono in tenebre e in oscuritade», e per farlo commenta per pagine e pagine tre sue canzoni, con la stessa serietà e con lo stesso rigore con cui si potevano commentare la Bibbia o Aristotele. E non pensava soltanto di possedere un talento fuori del comune, pensava anche che gli fosse stato riservato un destino fuori del comune, e cioè che la sua esistenza personale trascorresse all’ombra di eventi e alla presenza di enti la cui importanza andava molto al di là della sua semplice persona: nella canzone Amor che movi spiega che il suo amore è fatto della stessa materia di quell’Amore universale che governa l’universo, che è un raggio della luce divina; nella canzone Tre donne intorno al cor mi son venute spiega che il suo esilio è la prova di un generale imbarbarimento del mondo, il tramonto di tutte le virtù che un tempo erano in onore: Carità, Giustizia, Temperanza, Generosità; e la Commedia, naturalmente, è da cima a fondo il percorso di un iniziato, di un uomo toccato dalla grazia.

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Libri

A cento anni dal “Contributo” di Croce


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Croce

Domenicale del Sole 24 ore, 10 maggio 2015

Esattamente un secolo fa, poche settimane prima che l’Italia entrasse nella Grande Guerra, Benedetto Croce stese di getto il Contributo alla critica di me stesso, oggi disponibile nelle edizioni Adelphi con le note aggiunte a margine nei decenni successivi. Il Contributo, scritto alla soglia dei cinquant’anni, è il pezzo più autobiografico di un filosofo che, come Catullo «voleva essere totus nasus», vorrebbe «essere giudicato tutto pensiero». Si tratta, è vero, di una «autobiografia mentale», o comunque di una vita esemplare; ma per sorprenderci, all’autore basta ritrarsi sdraiato su un sofà mentre rimugina sul suo sistema nascente.

Siamo davanti a un trionfo della prosa crociana: della sua musica rotonda, della sua patina antiquaria, ma soprattutto del suasivo movimento con cui il filosofo dimostra che le analisi più sottili sono traducibili in un motto di sano buon senso. Trionfa, qui, anche il più insistito Leitmotiv etico di Croce: quello dell’«operosità» che sola medica le ferite della vita, come il piccolo Benedetto apprese in un collegio di preti borbonici. Ed è impossibile non sorridere, riconoscendo il puntiglio del futuro filosofo laico nel ragazzo che prima di confessarsi distingue i peccati e li scrive su un foglietto. La formazione di Croce cambia segno dopo il terremoto di Casamicciola, che nel 1883 annienta la sua famiglia e lo seppellisce per ore sotto le macerie. Il superstite è accolto allora nella casa romana del politico Silvio Spaventa, cugino del padre e fratello del filosofo Bertrando. Il lutto, lo spaesamento, l’adolescenza: non stupisce che questa miscela abbia precipitato il giovane in una crisi d’ipocondria; e l’ostentato contegno olimpico dell’adulto deriva forse da questo periodo oscuro. «Quegli anni», confessa l’autore del Contributo, furono «i soli nei quali assai volte la sera, posando la testa sul guanciale, abbia fortemente bramato di non svegliarmi al mattino». Nella Roma del trasformismo, Benedetto si chiude in biblioteca. Ma a scuoterlo è Antonio Labriola, che con le lezioni sull’etica di Herbart gli offre un appiglio cui aggrapparsi nel naufragio della fede. Croce ricorda di averne recitato più volte i capisaldi sotto le coperte, come una preghiera. E’ con questo bagaglio che nell’86 torna a Napoli per rifugiarsi negli studi storici; e solo il bisogno di chiarirne il metodo lo convince a stendere nel ‘93 la prima memoria filosofica.

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Libri

Milano, 12 maggio, ore 18, Essere #matteorenzi


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Martedì 12 maggio
2015 ore 18.00.
Casa della Cultura di Milano, Via Borgogna 3

MR2

Ne discutono con me Roberto Escobar e Mario Ricciardi.

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Istruzione

Tutto bene a scuola?


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Watchf Associated Press International News   United Kingdom England APHS52450 T.S. ELIOT

Corriere di Bologna, 8 maggio 2015

Un poeta ha scritto che il peccato peggiore è quello di fare la cosa giusta per il motivo sbagliato. La sua intuizione è forse il migliore commento per i recenti scioperi della scuola.

Le proteste sembrano riuscite. Alti tassi di adesione allo sciopero, piazze piene, solidarietà vaste, anche se non raramente pelose. E’ possibile, forse probabile, che chi protesta la spunti.  Gli articoli più importanti del provvedimento sono stati già «temporaneamente» accantonati e il governo ha già annunciato ascolto e comprensione. Se tutto si fermerà, celebreranno per l’ennesima volta la grande conquista di vivere qualche altro anno di ulteriore triste declino.

Il paradosso è questo. Tra tutte le categorie di lavoratori, gli insegnanti sono tra coloro che hanno i maggiori diritti di protestare. Sarebbero la forma più antica di figura professionale, quella a cui affidiamo i nostri figli, quella che maggiormente contribuisce a formare il tono della vita civile. Per loro, il termine «vocazione» è del tutto appropriato.

Eppure, la loro situazione materiale non potrebbe essere diversa. Spesso giunti all’insegnamento per ripiego, sono pagati poco e gestiti peggio. Vengono reclutati con procedure bizantine, che tutelano tutto salvo le capacità e la motivazione. Le loro carriere sono dominate dalla legge ferrea dall’anzianità. Gli viene concesso qualche magro privilegio – i tre mesi estivi, la non licenziabilità – e gli viene negato il rispetto. Spesso tollerati dagli studenti, sovente disprezzati dalle famiglie, generalmente ignorati dalla società. I tanti bravissimi insegnanti nelle nostre scuole imparano subito che avranno esattamente, al millimetro, lo stesso trattamento della minoranza di loro che vive invece l’insegnamento come una sinecura.

Eppure, di tutto questo quadro desolante non vi era traccia nei cortei di questi giorni. Nei comunicati sindacali, non vengono nemmeno menzionati. Eccetto la vaga foglia di fico della difesa della scuola pubblica, il resto sono rivendicazioni più che conservatrici, reazionarie. Disprezzateci pure, pagateci poco, ma tutti uguale e senza alcuna verifica. Davanti allo spettro dell’accesso per concorso pubblico, sono state riscoperte persino le virtù del precariato. Non è strano che le uniche voci intrise di orgoglio professionale siano quelle di quegli insegnanti, come Olga Rapelli, che hanno scelto di non scioperare?

I provvedimenti governativi meritano molte critiche, e davvero molte cose sarebbero migliorabili. Ma oggi viene da chiedersi qualcosa di più semplice, e quindi di più radicale. Davvero non si può competere al rialzo? Cosa succede a una professione, quando i suoi rappresentati considerano il tirare a campare come l’obiettivo più ambizioso?

 

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Istruzione

La Buona scuola e quello che serve davvero alla scuola italiana


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Internazionale online, 7 maggio 2015

Che cosa serve alla scuola italiana? A questa domanda si può rispondere in due modi: pensando a una “vera riforma”, o soltanto ai “prerequisiti di una riforma”.

Dal primo punto di vista, si potrebbe rispondere: alla scuola italiana serve una rivoluzione della didattica nella secondaria, di primo e secondo grado, e quindi una maggiore unità del percorso dell’obbligo, la ristrutturazione dei cicli, l’alleggerimento dei programmi, una didattica più attiva, meno “estensiva” e più “intensiva”, il ripensamento (e forse l’abolizione) del gruppo classe e delle bocciature, una maggiore permeabilità degli indirizzi. E ancora: lo sviluppo di una istruzione tecnica superiore e di una educazione degli adulti degne di questo nome. Il problema dell’istruzione italiana è infatti la sua incapacità di garantire livelli di apprendimento decenti e diffusi, rivelata dai dati allarmanti sulla dispersione scolastica (soprattutto nel biennio delle superiori), sulle competenze degli studenti italiani nei test internazionali, sul grado di analfabetismo funzionale nella popolazione. Di queste cose dovremmo discutere per mettere in cantiere una vera riforma della scuola.

Tuttavia, la scuola italiana ha anche problemi strutturali che precedono la scelta tra un modello di didattica e un altro. Da qui nasce la possibilità, anzi, l’urgenza di rispondere a quella domanda innanzitutto nel secondo senso: quali prerequisiti strutturali bisogna garantire alla scuola italiana, per mettere in cantiere, in seguito, una riforma della didattica?

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Libri

Venerdì 8 a mezzogiorno a Venezia si parla di Islanda


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E si vede pure, l’Islanda.
All’università Ca’ Foscari, Aula Azzurra, Ca’ Bernardo, ore 12.


Giunta

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