Istruzione

House of Cards a Viale Trastevere. Su “La buona scuola”


  di Claudio Giunta


Internazionale, 19 novembre 2014

All’inizio di House of Cards, prima serie seconda puntata, il malvagio Francis Underwood chiude un gruppetto di giovani geni della comunicazione in una stanza del Congresso perché scrivano un programma di riassetto dell’educazione scolastica: sarà la prima proposta di legge del neo-presidente degli Stati Uniti. Alla fine del lavoro, uno dei membri del gruppo chiede a Underwood: «History?», cioè «Abbiamo fatto la storia?». «History», risponde Underwood.

Qualche mese fa, il ministro Giannini ha fatto qualcosa del genere. Ha chiuso un gruppo di esperti, per lo più giuristi, in una stanza del ministero e ha chiesto loro di pensare e scrivere un dossier sulla scuola italiana: su com’è e su come va cambiata. Il risultato è un documento di 136 pagine che è stato messo online all’inizio di settembre. Contestualmente, il primo ministro Renzi ha chiesto ai cittadini di leggere e di dire la loro sul sito www.labuonascuola.gov.it. Domenica 16 novembre questa Grande Consultazione Popolare si è chiusa, e sul sito si possono leggere, oltre al testo del documento, i messaggi di centinaia di ‘gruppi di discussione’ sparsi per il paese, con i relativi like (uno potrebbe obiettare che la consultazione andava fatta prima di scrivere il documento, solo che sarebbe stato impossibile, e forse anche inutile se in testa alle proposte avanzate dai gruppi di discussione, a quota 467 like, c’è un capolavoro di concretezza come il seguente: «La scuola oltre la cultura deve formare la persona. Il voto deve comprendere anche una valutazione della persona, dell’impegno, della costanza e passione che impiega»).

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Libri

Su Domenico Rea


  di Matteo Marchesini


Il Foglio, 1 novembre 2014

La commozione che continua a suscitare in molti il pensiero del secondo dopoguerra, anche a distanza di una vita umana media, non dipende solo dal fatto che fu un periodo “epico”, come si dice con un aggettivo un po’ strapazzato; né solo dal fatto che, come ci hanno raccontato tante volte i testimoni, le speranze concepite tra le macerie furono presto tradite e spente. Questo capita a tutte le vicende umane. No, ad apparire struggente è il fatto che si visse allora un tramonto come fosse un’alba: che ci si illuse, cioè, di poter rifondare un mondo in via di estinzione già prima del climax del 1940-’45. Le impalcature di questo mondo erano state infatti sepolte dalla Grande Guerra, dalle dittature politico-economiche, dalle avanguardie e dalle filosofie della crisi. Così, chi confidava nella Costituzione si ritrovò presto impantanato nella partitocrazia, e chi sognava una rivoluzione venne immobilizzato dalla guerra fredda, mentre il proletariato sfumava nella meschina borghesia del boom. La cultura nazionapopolare ispirata al grande Ottocento, che i crociomarxisti proposero alla nascita della Repubblica, fu sorpassata da tv e scienze umane, e la chimera di un nuovo realismo tolstoiano subì gli attacchi sprezzanti di neoavanguardisti e strutturalisti, che spiegarono come nella società dove tutto è segno la Realtà sia appena un riflesso di superficie balenante tra le righe di eclettici collage postmoderni.

Al solito, furono i ventenni cresciuti sotto il fascismo a pagare nel modo più ingenuo l’illusione che la Storia fosse tornata a incarnarsi nella vita di tutti, e che dopo un’epoca di squisiti isolamenti si potesse reimparare “ciò che siamo”, o almeno “ciò che vogliamo”. Il trauma si legge con chiarezza nelle biografie dei letterati. L’umanesimo fecondato dal sangue della guerra sembrava aprire un futuro poetico ricco di promesse, e invece si lasciò vincere da un’arte che si voleva di nuovo autoreferenziale: rimase, insomma, un’oasi persa nella steppa novecentista del secolo, un breve miraggio lampeggiante ai bordi dell’autostrada che collega i centri di simbolismo e avanguardie storiche a quelli di strutturalismo e neoavanguardie, il frammentismo o il capitolo antinarrativo degli anni Dieci e Venti ai pastiche antinarrativi o agli apologhi borgesiani degli anni Sessanta e Settanta.

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Libri

“I giorni e gli anni” di Uwe Johnson


  di Claudio Giunta


La casa editrice L’Orma ha pubblicato il terzo volume – e ripubblicato i primi due – del capolavoro di Uwe Johnson (era meclemburghese, si legge uve iónson) «I giorni e gli anni» (traduzione di Nicola Pasqualetti e Delia Angiolini) uno dei grandi romanzi del Novecento.

I romanzi di questi ultimi anni danno spesso l’impressione che (1) la vita dello scrittore-protagonista, la sua vita intima, e più le sue traversie sessuali che i suoi pensieri, sia la cosa più interessante del mondo; e che (2) gli esseri umani che stanno fuori del perimetro della vita dello scrittore-protagonista siano dei pezzi di merda.

Così è abbastanza normale che i libri scritti prima di questa età del narcisismo depresso suonino tranquillizzanti, quasi euforici anche se parlano di cose davvero tremende come la guerra, il nazismo, l’occupazione sovietica. I giorni e gli anni di Uwe Johnson è, come giustamente si legge nei riassunti dei lanci di stampa e nelle recensioni, ‘un grande affresco sulla storia tedesca tra gli anni Venti e gli anni Cinquanta’, e insieme una descrizione della vita americana alla fine degli anni Sessanta vista attraverso gli occhi di due emigranti tedesche, la trentacinquenne Gesine Cresspahl e sua figlia undicenne Marie. Gesine e Marie hanno lasciato la Germania Est e vivono una nuova interessante vita a New York. Gesine lavora in una banca e fa carriera, e qualcosa o molto (e soprattutto il ricordo del padre di Marie, Jakob) la tiene ancora avvinta alla madrepatria; invece, l’unico filo che lega la già americanizzata Marie alla Germania e alla storia familiare sono i racconti della madre. Noi – con lei, Marie – ascoltiamo questi racconti.

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Libri

Su “Cuore primitivo” di Andrea De Carlo


  di Matteo Marchesini


Il Foglio, 31 ottobre 2014

«Che fa nel ritratto lo Scrittore? Scrive, che domanda!», diceva Sbarbaro pensando alle pose dei suoi colleghi più impettiti. Lo sfottò m’è tornato in mente leggendo Cuore primitivo (Bompiani), l’ultimo romanzo di De Carlo, che invita a fare il punto sui trent’anni di presenza pubblica del nostro narratore più liquido e seriale. Ma a ricordarmi Sbarbaro non è stato l’autore, che anzi preferisce farsi fotografare tra barche e pergolati, poliedricamente chino su qualche strumento musicale o alonato dalla sportiva riflessività di uno yogin avvezzo a sedurre senza perdere l’aplomb; è stato invece il suo nuovo alter ego romanzesco, Craig Nolan, aitante antropologo inglese che al prestigio accademico unisce un successo televisivo degno di Valerio Massimo “Indiana Jones” Manfredi.

Con la moglie scultrice Mara Abbiati, Craig trascorre l’estate tra mare e monti liguri, in una di quelle case cadenti che gli intellettuali decarleschi occupano nel centro Italia quando hanno voglia di autarchia. Ma a volte l’autarchia costa caro: salito sul tetto a coprire un buco, Craig precipita ammaccandosi gambe e schiena; e per riparare i danni, Mara assolda Ivo Zanovelli, un costruttore spregiudicato di cui presto s’infatua. Ora, in tutto ciò il pedante prof. Nolan non smette un attimo di sovrapporre a quel che gli accade dei commenti da bignami di antropologia. Mentre prova a correggere l’eccessiva fiducia della moglie nei melliflui imprenditori italiani, eccolo che riflette sul rapporto tra divisione dei ruoli nella coppia e sopravvivenza della specie. Se fronteggia Ivo sull’uscio di casa, cita tra sé le ricerche di qualche équipe sulla distanza esatta a cui due corpi umani iniziano a trasmettersi aggressività. Quando una vicina lo invita a trasferirsi da lei per sfuggire al rumore degli operai, non può evitare un richiamo all’ospitalità dei kenioti Bukusu. Arriva addirittura a giustificare una propria scappatella spiegando che «la tendenza alla poliginia è innata nei maschi alfa», e allegando apparato bibliografico. In più, controlla la moglie ossessivamente, irritato che la crescente fama di lei gli sottragga un po’ di scena.
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Libri

“Solovki”, da Bookabook a Mondadori


  di Claudio Giunta

Mmmmm…. Veramente era cominciato tutto un po’ come uno scherzo (davvero!): uno scherzo scrivere una specie di romanzo giallo, uno scherzo mandarlo a un’agenzia letteraria, uno scherzo organizzare il crowdfunding con Bookabook, mettere dei pezzi in rete… Be’, alla fine la cosa si è fatta seria: Mondadori ha comprato i diritti del libro, lo pubblicherà nel 2015. Incredibile, no? Se vendo delle copie potrei persino scrivere il seguito. Ri-ri-ri-ringrazio di cuore tutti quelli che hanno contribuito: senza di voi, alla lettera, non se ne sarebbe fatto gnente.

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Università

Sulla nuova biblioteca dell’università di Trento


  di Claudio Giunta


Corriere del Trentino, 21 ottobre 2014

Spiegàti più volte, i fatti relativi alla nuova biblioteca delle Albere non sono ancora chiari a tutti, specie quanto alla parte che, nella vicenda, ha avuto l’università: lo si deduce anche dall’articolo di Franco Rella uscito venerdì scorso su questo giornale, articolo nel quale si parla tra l’altro di una «inesausta e forse inesauribile volontà di conquista» del territorio da parte dell’università, che «avanza inesorabile come volesse fondare un suo califfato».

Le cose sono un po’ meno truci.

(1) L’università attende da più di dieci anni la costruzione di una nuova biblioteca. Quella progettata dall’architetto Botta, che sarebbe costata 65 milioni, non ha mai ricevuto la licenza edilizia. L’università ha quindi accettato – in spirito di collaborazione, e non certo perché questa sia la soluzione ottimale – un ripiego: ricevere dalla Provincia in comodato gratuito il centro congressi che si sta costruendo alle Albere, e convertire il centro congressi in biblioteca. Il costo del centro congressi è stato di 34 milioni di euro. Il costo della conversione è di circa 10 milioni di euro. Dunque non c’è, da parte dell’università, alcuna volontà di conquista: c’è l’idea che anziché costruire ex novo si usi quello che già c’è, per risparmiare (dovevamo spendere 65 milioni di euro, ne spendiamo 10); c’è l’idea di prendere quello che ci danno, anche se è un po’ lontano dalle nostre sedi, cercando di ricavarne una bella biblioteca: cosa alla quale stiamo lavorando.

(2) Anche a me, come a Rella, pare spesso un po’ vana la ‘fregola da archistar’ che assale ogni tanto committenti privati e pubblici. Solo che l’università non c’entra niente con la commissione all’architetto Piano del centro congressi (o del quartiere delle Albere, o del Muse, ecc.): prendiamo, ripeto, un edificio già in costruzione, che altri ha commissionato. Inoltre, bisogna anche dire che le archistar, al di là dell’etichetta repellente, sono poi soprattutto dei bravi architetti, e che gli edifici che – poniamo – Botta e Piano hanno costruito in Trentino in questi anni sono piuttosto belli (mentre non lo sono altri edifici di non-archistar su cui nessuno sembra abbia voglia di eccepire): forse fare in modo che la città di Trento si apra, a sud, con una biblioteca progettata da Renzo Piano può non essere, tutto sommato, una cattiva idea.

(3) Gli edifici dello spazio-fiere, che verranno riprogettati all’interno dell’università (niente archistar), servono a mettere ciò che nell’area della nuova biblioteca (ex centro congressi) non ci può stare, e cioè aree-studio adeguate, una mensa decente, depositi per i libri: cose che una buona università europea deve avere, e che credo possano giovare molto anche alla vita della città (così come le gioverà la nuova biblioteca: portando nel quartiere delle Albere – per usare le parole di Rella, ma con meno sufficienza, perché mi pare un’ottima cosa – «qualche sussulto di vita» e «qualche recupero economico»).

(4) Mentre afferma la sua «inesausta e forse inesauribile volontà di conquista» estendendosi allo spazio-fiere, l’università lascia vacante l’area di Piazzale Sanseverino (dove doveva sorgere la biblioteca Botta) e l’area della progettata mensa di Via Santa Margherita, che potranno essere utilizzate altrimenti.

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Cultura e società

Libertà di riproduzione nelle biblioteche e negli archivi


  di Mirco Modolo


Il Giornale dell’Arte n. 345, settembre 2014


A Londra e Parigi gli studiosi possono riprodurre i documenti con mezzi propri, in Italia ancora no. Il danno per la libera ricerca è gravissimo.

La nuova norma introdotta dal decreto ArtBonus, che prevede la liberalizzazione delle riproduzioni nei musei, sarà pure una novità interessante per le migliaia di turisti che potranno ora sbizzarrirsi con le foto ricordo, ma per la realtà della ricerca rappresenta purtroppo una delle tante occasioni perse che oggi faremmo volentieri a meno di collezionare. Ce ne accorgiamo subito se confrontiamo il testo definitivo della legge con quello, davvero rivoluzionario, del decreto nella sua formulazione originaria che liberalizzava la riproduzione per finalità di studio dell’intero universo dei beni culturali, compreso dunque quel materiale documentario conservato negli archivi e nelle biblioteche, che invece un emendamento della Camera dei Deputati ha deciso di escludere, stroncando l’iniziale entusiasmo dei ricercatori.

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Cultura e società

L’agente segreto


  di Guido Vitiello


Il Foglio, 20 settembre 2014

Edmondo Berselli si divertiva a immaginare che nelle riunioni a via Solferino, quando i casi del giorno richiedevano un commento dotto e pensoso, la redazione del Corriere brancolasse nel buio finché una vocina esitante non tirava fuori, per il sollievo generale, il nome decisivo: “Magris?”. A Repubblica non hanno più in panchina l’asso absburgico, ma chissà che anche lì non si svolgano di quei conclavi. C’è un affare tenebroso, una madre infanticida, uno zio cannibale, una suocera licantropa, qualcosa insomma che imponga di scandagliare l’animo umano a profondità dostoevskiane inaccessibili a Michela Marzano. Si discute, ci si arrovella, si pondera, ci si dispera. Poi, tana libera tutti: “Recalcati?”. Ma non è necessario che le cronache offrano crudeltà favolistiche. Può accadere per esempio che un venerato maestro di Repubblica scriva un romanzo a base di isteriche viennesi, e che questo sia accolto nella (fu) nobile collana dei Supercoralli Einaudi. Da Largo Fochetti, dopo la fumata bianca, parte una telefonata: “Professore, ci psicoanalizzi Augias”.

A egregie cose il forte animo accendono le collane de’ forti, e così la psicostar lacaniano-foscoliana s’inventa un incipit grandioso: “Quid est veritas? È la domanda che Pilato rivolse a Gesù e che risuona sulle labbra di un personaggio di Il lato oscuro del cuore, prima prova di letteratura ‘alta’ di Corrado Augias che Einaudi ha deciso di ospitare nella sua collana più prestigiosa, dove appaiono i nomi dei grandi: Rigoni Stern, Roth, Auster, McCarthy, Calvino, DeLillo”. Ma scartiamo subito la chiave del ridicolo. Il ridicolo è alle spalle, lo vediamo dal lunotto posteriore mentre sventola il fazzoletto di lontano: siamo entrati in un territorio nuovo, lampantemente parodistico, che richiede congetture più sottili. La prima è una mia personale teoria cospiratoria intorno alla quale sto raccogliendo un piccolo dossier: in breve – tenetevi forte – Repubblica non esiste più, a Largo Fochetti c’è ormai un centro polisportivo o una sala bingo, e gli articoli delle grandi firme, Recalcati Spinelli Cordero Saviano Merlo, li scrive tutti Michele Serra nello stile delle parodie di Cuore (ho capito che era qualcosa più di una teoria dopo i reportage brasiliani di Concita De Gregorio).

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Istruzione

La Buona Scuola


  di Enrico Rebuffat


Nel rapporto La Buona Scuola. Facciamo crescere il Paese, appena pubblicato dalla Presidenza del consiglio dei ministri e dal Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca, uno speciale interesse per i docenti riveste il secondo capitolo, dal titolo Le nuove opportunità per tutti i docenti: formazione e carriera nella buona scuola; e in particolare il paragrafo 2.3, Premiare l’impegno: come cambia la carriera dei docenti.

Ormai da molti anni gli insegnanti della scuola pubblica sono privati del rinnovo contrattuale; sono sottoposti con tutti i dipendenti statali al perdurante (e ne è stata annunciata l’ulteriore proroga fino a tutto il 2015) blocco degli stipendi, per i quali non viene riconosciuto neppure l’adeguamento all’inflazione; sono titolari di retribuzioni tra le più basse d’Europa per la categoria, talmente esigue che tutti gli ultimi ministri dell’istruzione (compresa l’attuale) hanno, all’inizio del loro incarico, biasimato pubblicamente questa situazione. È dunque comprensibile che le aspettative dei docenti su questo tema, già molto vive, siano state ulteriormente stimolate dalle frequenti dichiarazioni del Presidente del Consiglio, il quale ha più volte enfatizzato la centralità della professione docente per lo sviluppo della nazione e la necessità di un suo maggiore riconoscimento; un’enfasi di cui è tutt’altro che privo lo stesso Rapporto:

«Questo Governo non ha esitazioni: la scuola è la priorità del Paese, e su di essa intendiamo mobilitare le risorse che servono» (p. 118).

Ma l’argomento non riguarda solo i diretti interessati, al contrario risulta fondamentale rispetto al tema della “buona scuola”: perché è evidente che la condizione contrattuale e il trattamento economico di una categoria di lavoratori non possono non incidere sia sulla qualità del servizio da loro prestato (soddisfazione e motivazione dei docenti nei confronti del proprio lavoro, attualmente assai in crisi; possibilità concreta, oggi seriamente compromessa, di usufruire nel quotidiano di quelle esperienze culturali, che costituiscono la più autentica formazione di un docente), sia sulla composizione stessa della categoria (capacità di attrazione della professione docente per i migliori giovani e gli studenti più brillanti: oggi quasi a zero).

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Viaggi

Digitalizzare tutto


  di Claudio Giunta

Domenicale del Sole 24 ore, 7 settembre 2014

Quando chiedo all’impiegata della Biblioteca Nazionale di Oslo se posso ordinare un microfilm del manoscritto che sto studiando lei si stupisce: «Ma glielo possiamo digitalizzare!». E se fossero solo un paio di pagine? «Allora fotografi lei stesso». E così faccio, coll’ipad. Quando chiedo se c’è qualcosa da pagare, lei è ancora più stupita: «Perché?».

Alla Biblioteca Nazionale di Oslo c’è questa atmosfera rilassata, amichevole, e soprattutto questa liberalità nella concessione dei materiali che a chi ha esperienza di biblioteche suona un po’ come una barzelletta: niente fogli da compilare, niente attese di settimane per avere la fotocopia o il microfilm? Niente foto scattate di nascosto in qualche anfratto, schiarendosi la voce per coprire il clic? Non che sia un sistema senz’altro importabile in Italia: nella sala manoscritti della Nazionale di Oslo eravamo in due, e si capisce che è anche una questione di numeri, di quantità delle richieste, di pregio dei documenti. E poi è facile essere perfetti se si è in cinque milioni, si galleggia sul petrolio e si fa pagare venti euro una pizza. Ma la prontezza della risposta – «Glielo possiamo digitalizzare» – fa riflettere perché, manoscritti a parte, in Norvegia si sta facendo, col digitale, qualcosa che nessun altro paese al mondo ha ancora fatto. Ne parlo con Jon Arild Olsen, che dirige la sezione dedicata alla ricerca e all’accesso al pubblico.

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