Libri

Su “Quitaly” di Quit the Doner


  di Claudio Giunta


Domenicale del Sole 24 ore, 24 agosto 2014

Come fare, come scrivere, oggi, un ‘Viaggio in Italia’? Prendere la macchina o il treno e attraversare il paese da sud a nord o da nord a sud aveva senso fino a qualche decennio fa, quando l’Italia – mancando la TV e internet – era una plaga semisconosciuta, e quando le differenze tra i posti erano veramente grandi. Oggi si finirebbe per constatare quello che più o meno tutti sanno o possono sapere facilmente cercando su Google. Come fare, come scrivere, dunque? Mi pare che i risultati migliori, in questi anni, siano venuti da coloro che hanno saputo isolare un solo pezzo di realtà italiana e ne hanno scritto con intelligenza, interesse, amore; i primi che mi vengono in mente: Franchini (L’abusivo, Gladiatori), Albinati (Maggio selvaggio), Leogrande (Uomini e caporali), Arminio (Vento forte tra Lacedonia e Candela).

Il giornalista-scrittore che si fa chiamare Quit the Doner ha fatto così, su scala minore: ha isolato non uno ma una dozzina di frammenti di realtà e ne ha scritto per due riviste online, Vice e Linkiesta. Ora il libro Quitaly. L’Italia come non la raccontereste ai vostri figli, raccoglie quei reportage, con qualche aggiunta. A parte la lunghezza dei pezzi, la differenza più vistosa, rispetto ai libri che ho citato, sta nel fatto che quelli erano libri seri, a volte tragici, che volevano soprattutto documentare e far riflettere; Quitaly è invece questa cosa rara: un libro serio che vuole soprattutto far sorridere o ridere. Perciò è normale che la scelta dei posti da visitare sia funzionale allo scopo: sono soprattutto posti strani, o popolati da gente strana e un po’ respingente, come il congresso di quelli di Herbalife («Vuoi dimagrire? Chiedimi come!»), una festa di cinematografari romani, gli attivisti di Forza Italia riuniti a Piazza del Popolo, un beach party in Salento, il raduno di quelli che credono alle scie chimiche (no, non occorre saperne di più).

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Libri

La “Vita Karoli” di Eginardo


  di Claudio Giunta


Domenicale del Sole 24 ore, 10 agosto 2014

Dodici secoli fa, quest’anno, moriva Carlo Magno. Pochi anni dopo (i primi anni Venti del secolo IX secondo alcuni studiosi, la fine degli anni Venti secondo altri), il nobile francone Eginardo ne scrisse la biografia.

Eginardo aveva studiato nel monastero benedettino di Fulda, nel cuore dell’attuale Germania, ma senza prendere gli ordini, dopodiché, attorno al 790, era stato mandato dal suo abate alla corte di Carlo Magno, ed era diventato uno dei suoi consiglieri più fidati. Morto Carlo, continuò a servire il figlio Ludovico nei tempi non facili della successione, fino a quando, sessantenne, non si ritirò nel monastero di Seligenstadt, dove morì nell’840. La sua biografia di Carlo è una delle prime, nel Medioevo, che sia dedicata non a un ecclesiastico ma a un laico, ed è una biografia d’impianto svetoniano, vale a dire che dallo storico latino Svetonio, la cui Vita Augusti era certamente conservata a Fulda, Eginardo ricava la struttura non cronologica ma tematica del suo referto (res gestae in guerra e nella vita civile, costumi, vita privata); e da lui assorbe anche l’interesse, più che per i grandi fatti storici, per le notizie spicciole, per gli aneddoti adatti a definire, per dir così, un carattere piuttosto che un destino: «il mio intento, in quest’opera, è consegnare alla memoria piuttosto il modo in cui visse che le sue imprese militari».

Varcata questa soglia, memorizzate queste poche nozioni, il lettore può immergersi senz’altro nella trentina di pagine del testo, ripubblicato ora con un amplissimo commento da Paolo Chiesa nella collana Per Verba della Fondazione Franceschini. È una lettura avvincente e sorprendente, specie per chi abbia nella memoria il giudizio ingeneroso che di Eginardo diede Auerbach in Lingua letteraria e pubblico (su cui è da vedere ciò che scrive, severo ma equilibratissimo, Francesco Stella in uno dei saggi che accompagnano l’edizione).

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Viaggi

Viaggio d’istruzione nella Calabria ionica/3


  di Claudio Giunta


www.internazionale.it

Roccelletta, frazione del comune di Borgia, è uno dei siti archeologici più belli d’Italia, ma la nostra visita è memorabile soprattutto perché l’area intorno alle rovine è piena di gelsi, che in maggio fruttificano. Nessuno di noi va veramente matto per i gelsi, ma sono le sei di un giorno soleggiato e ventoso, siamo gli unici visitatori, sullo sfondo ci sono queste stupende colline, e pochi chilometri a est il mare: ci sembra un peccato non approfittarne, non recitare la nostra parte, non arrampicarci sugli alberi come facevamo da bambini.


Conclusione: per fare il percorso tra le rovine, che durerebbe una ventina di minuti, ci mettiamo due ore, intontiti da una semi-indigestione. Ecco la basilica normanna di Santa Maria della Roccella:


Ecco il teatro romano:


E il panorama dalla collina:


«Cosenza Potenza / carne morta in partenza / consacrata alla violenza / senza opporre resistenza». Un quarantenne del nord non riesce a entrare a Cosenza senza canticchiare questo pezzo di Frankie HI-NRG, ma il segreto – ormai ci è chiaro, anzi ci è chiaro da una vita – è passare soltanto nei posti, non fermarsi mai troppo, e un passaggio nel centro storico di Cosenza è delizioso: sembra una cittadina toscana, solo molto più cadente, o meno gentrificata, che è lo stesso. Nel bel Duomo gotico c’è la ragione per cui siamo venuti sin qui, ed è, a guardarla da vicino, una buona ragione.

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Viaggi

Viaggio d’istruzione nella Calabria ionica/2


  di Claudio Giunta


www.internazionale.it

Da Seminara in poi la compagnia e il consiglio di Sante e Giuseppe diventano sempre più preziosi, perché le possibilità – chiese, paesini, punti panoramici – sono tante, e nessuna delle guide della Calabria è davvero soddisfacente: o meglio, nessuna delle guide in commercio, dato che la migliore di tutte, la Guida Rossa del Touring, è stata stampata l’ultima volta nel 1980, e oggi è introvabile (c’è la Guida Verde, che però non è lo stesso, perché di arte e storia dice poco o niente). In più, la segnaletica è abbastanza infame: preparatevi a chiedere alla gente, ad essere accompagnati dalla gente nei posti in cui volete andare, e che si chiamano sempre con un nome simile a quello di un altro posto lì vicino, un nome troppo simile per non prestarsi all’equivoco: in quale idillico mondo pre-automobilistico si è deciso che il paese X, a cinque chilometri da Taurianova, si sarebbe chiamato Terranova?

Comunque sia, Terranova Sappo Minulio è un paesino che nella nostra guida neanche c’è, e che invece non bisogna perdersi. Ricostruito (bene) dopo il terremoto del 1783, è un paese in leggera salita, con strade ortogonali e casette basse e pulite, illuminate – in questa fine di maggio – da una luce nordica, islandese, e tutto attorno un bosco di ulivi che Sante definisce con una coppia di aggettivi incongrua ma azzeccata: «memorabili e ornamentali» (ornamentali, mi spiega, perché sono olivi selvatici da cui non si ricava olio: lo si ricavava un tempo, ed era un olio molto acido detto lampante, perché lo si usava per l’illuminazione. La luce elettrica ha eliminato l’olio e ha lasciato le piante). A Terranova Sappo Minulio ci arriviamo alle tre del pomeriggio e non c’è nessuno e non si sente niente, solo il vento che fa vibrare le fettucce di nastro biancazzurro teso sulle facciate delle case e agli incroci: tre giorni fa c’è stata la festa del patrono.

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Cultura e società

Un altro memorabile Decreto Cultura


  di Paolo Giovine

kisbo.tumblr.com

Sono distratto, da molte settimane. Ho seguito superficialmente vicende affascinanti (la Siae che importa telefonini, la coppia Santanché/Ferrari in corsa per l’Unità, le ordinate riforme costituzionali), ma la tecnologia mi aiuta ed ho messo da parte molti ritagli digitali su cui tornerò nel mio buen ritiro estivo.

Però ieri non ho resistito, e al terzo titolo sul Decreto Cultura ho aperto il sito del Ministero di Dario Franceschini e mi sono regalato un’attenta lettura; non ho trovato nulla sull’iva degli ebook, nulla sul digitale nella scuola. Ho un moderato entusiasmo per gli incentivi fiscali ai mecenati, ma forse serviranno; insomma, leggevo leggevo leggevo, fino a quando:

Misure  urgenti  per  favorire  l’occupazione  giovanile  presso  gli   istituti e luoghi della cultura di appartenenza pubblica

ATTENZIONE, finalmente si fa sul serio, siamo alla svolta.

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Viaggi

Viaggio d’istruzione nella Calabria ionica/1


  di Claudio Giunta


www.internazionale.it

Tommaso Campanella nasce nel 1568 a Stilo, in provincia di Reggio Calabria, da genitori poverissimi e analfabeti. Dice la leggenda che, non potendo pagarsi gli studi, è solito origliare alla finestra della scuola e, quando l’insegnante fa una domanda a cui la classe non sa rispondere, lui si affaccia esclamando: «Volete che la dicess’io?». Quando ha tredici anni, la famiglia si trasferisce nella vicina Stignano. L’anno dopo entra nell’ordine domenicano, il che gli consente di perfezionare la sua istruzione: va a Seminara per ascoltare le lezioni su Aristotele del medico Francesco Sopravia, poi a Cosenza per studiare teologia, e qui scopre l’opera dell’altro grande calabrese Bernardino Telesio. Scoperta insieme fausta e infausta, perché, sospettandolo di eresia, i suoi superiori lo relegano una sessantina di chilometri più a nord, nel convento di Altomonte. Campanella ha vent’anni.

Perciò noi andiamo a Stilo, Stignano, Seminara, Cosenza, Altomonte.

Poche parole sul noi. Siamo: Laura, Giuseppe, Sante ed io. Altri dovevano venire ma non sono venuti (uno è a Losanna, dove sta nevicando; un’altra l’abbiamo sentita due volte, in due giorni diversi, ed era sempre prigioniera del Grande Raccordo Anulare). Laura sa di storia dell’arte: tutte le cose che dirò a proposito di sculture pitture chiese in realtà le ha dette lei, io ripeto. Giuseppe e Sante fanno i restauratori e sono calabresi. Queste due qualità, non rarissime se prese separatamente ma difficili da trovare insieme, si riveleranno fondamentali per la buona riuscita del viaggio: perché Giuseppe e Sante conoscono, in una zona dove conoscere – che è sempre importante – è importantissimo.

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Istruzione

Chi dovrebbe insegnare italiano a scuola?


  di Claudio Giunta


Domenicale del Sole 24 ore, 20 luglio 2014

Premetto che

(1) credo che, in media, i migliori, i più colti e motivati (e, che non guasta, i più umili) tra gli studenti di Lettere, e tra i dottori in Lettere, siano gli studenti e i dottori in lettere classiche;

(2) non sono convinto del fatto che nel curriculum di uno studente di Lettere sia giusto dare all’insegnamento della/e letteratura contemporanea/e tutto lo spazio che gli si dà oggi (cioè da due-tre decenni a questa parte), fondamentalmente perché credo che all’università bisognerebbe studiare cose diverse da quelle che ci si vede intorno ogni giorno, che dovrebbero essere note per altre vie, e che non sempre meritano di essere studiate.

Ora che mi sono coperto le spalle con queste due belle premesse reazionarie, aggiungo una terza opinione che invece può suonare leggermente sovversiva: non credo che i laureati in latino o in greco o in glottologia, e insomma in discipline classiche, dovrebbero insegnare la letteratura italiana nelle scuole superiori.

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Cose che riguardano l'Italia

Open access per il materiale fotografico/2


  di Andrea Brugnoli

Poco meno di un anno fa si erano esposte in questa e altre sedi e in le ragioni di un appello al ministro per i Beni culturali per favorire una liberalizzazione nelle riproduzioni di beni culturali a fini di ricerca e studio, rielaborato e fatto proprio anche dalle maggiori associazioni nazionali di storici e archeologi. Grazie al fattivo supporto dei presidenti del Consiglio superiore dei Beni culturali, prima Salvatore Settis e poi Giuliano Volpe, tale appello è stato pienamente recepito e trasformato in un comma del cosiddetto decreto art-bonus voluto dal ministro Franceschini (d.l. 83/2014), come modifica al codice dei Beni culturali. Così recita il testo (art. 12, comma 3):

Al fine di semplificare e razionalizzare le norme sulla riproduzione di beni culturali, al Codice dei beni culturali e del paesaggio, di cui al decreto legislativo n. 42 del 2004 e successive modificazioni, sono apportate le seguenti modifiche:

a) al comma 3 dell’articolo 108 dopo la parola «pubblici» sono inserite le seguenti: «o privati» e dopo la parola «valorizzazione» sono inserite le seguenti: «, purché attuate senza scopo di lucro, neanche indiretto.»;

b) all’articolo 108, dopo il comma 3, è aggiunto il seguente: «3-bis. Sono in ogni caso libere, al fine dell’esecuzione dei dovuti controlli, le seguenti attività, purché attuate senza scopo di lucro, neanche indiretto, per finalità di studio, ricerca, libera manifestazione del pensiero o espressione creativa, promozione della conoscenza del patrimonio culturale:

1) la riproduzione di beni culturali attuata con modalità che non comportino alcun contatto fisico con il bene, ne’ l’esposizione dello stesso a sorgenti luminose, ne’ l’uso di stativi o treppiedi;

2) la divulgazione con qualsiasi mezzo delle immagini di beni culturali, legittimamente acquisite, in modo da non poter essere ulteriormente riprodotte dall’utente se non, eventualmente, a bassa risoluzione digitale.».

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Istruzione

Chi dovrebbe essere pagato di più, a scuola?


  di Claudio Giunta


Domenicale del Sole 24 ore, 13 luglio 2014

La scuola e l’università italiane sono quei posti in cui si entra in ruolo tardissimo, a quaranta, cinquant’anni (dopo ogni concorso c’è il servizio TV sul tale che vince la cattedra a un giorno dalla pensione), ma una volta entrati in ruolo si è praticamente inamovibili, nel senso che per essere licenziati bisogna perlomeno uccidere, e si è quasi immoti, nel senso che la poca carriera che si fa è legata soprattutto (e a scuola esclusivamente) all’anzianità di servizio. Specie a scuola, dove gli stipendi sono più bassi e il lavoro più stressante, non è davvero una buona strategia per ottenere insegnanti zelanti, coscienziosi e aggiornati. Dopo un po’, vedendo che la virtù non viene premiata e il vizio non viene punito, uno smette di dannarsi l’anima e fa quel che deve fare, niente di più.

Il disegno di legge del governo di cui ha parlato il sottosegretario Reggi in un’intervista a Repubblica si propone di intervenire su questo e altri problemi. “Tutte le ricerche internazionali – ha detto Reggi – concordano sul fatto che gli insegnanti italiani lavorano meno, guadagnano meno e non fanno carriera. Vogliamo ribaltare le tre conclusioni”. Lascio da parte i due primi punti e mi soffermo sul terzo: fare carriera significa insomma ricevere uno stipendio più alto rispetto ad altri colleghi, e senza che questo privilegio sia legato necessariamente all’anzianità. Mi pare una cosa giusta: nella scuola ci sono insegnanti bravissimi e insegnanti pessimi, e non si vede perché i primi non dovrebbero guadagnare più dei secondi, anche molto di più. Se non è solo effetto-annuncio, il fatto che il ministero intenda operare in questo senso è un’ottima notizia. Non è invece una buona notizia quella relativa ai criteri alla luce dei quali dovrebbero essere assegnati questi fondi: “premi stipendiali fino al 30 per cento per i docenti impegnati in ruoli organizzativi (vicepresidi, docenti senior) o attività specializzate (lingue e informatica)”. Questo è infatti un errore, e non piccolo.

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Istruzione

5 cose da fare per la scuola


  di Mauro Piras


www.insegnareonline.com

Finisce dunque anche quest’anno scolastico 2013-14. Siamo nella coda prevedibile di ogni giugno-luglio: il conto dei bocciati e dei “sospesi”, l’esame di maturità, la formazione degli organici, delle classi ecc. La solita coda fastidiosa e semi-avvelenata. E come sempre da qualche tempo la sensazione che anche quest’anno è stato pesante, difficile, anzi sempre di più, più del precedente. Perché questa sensazione crescente di stanchezza? La risposta si trova in alto, nella politica scolastica che non c’è. Ogni anno subiamo cambiamenti e trasformazioni di cui non capiamo il senso e la direzione. Ogni anno vediamo che i problemi di fondo restano sempre lì, e che le innovazioni, sovrapponendosi a essi, ci creano sempre maggiori difficoltà. Anche questo non fa eccezione, e soprattutto conferma l’assenza di un progetto sulla scuola.

Politicamente, il 2013-14 è stato piuttosto avventuroso, come si sa. Iniziato sotto la guida rassicurante ma incerta del mediatore Letta, si è chiuso, dopo il terremoto di febbraio e la presa di potere di Renzi, sotto la tempesta di riforme in parte annunciate, in parte in via di realizzazione, e con l’accelerata finale determinata dai risultati sorprendenti delle elezioni europee. In questi passaggi, la scuola ha avuto un ruolo, certo, ma alla fine viene fuori che, in entrambi i governi, mancava e manca del tutto una visione d’insieme salda.

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