Viaggi

Viaggio d’istruzione nella Calabria ionica/1


  di Claudio Giunta


www.internazionale.it

Tommaso Campanella nasce nel 1568 a Stilo, in provincia di Reggio Calabria, da genitori poverissimi e analfabeti. Dice la leggenda che, non potendo pagarsi gli studi, è solito origliare alla finestra della scuola e, quando l’insegnante fa una domanda a cui la classe non sa rispondere, lui si affaccia esclamando: «Volete che la dicess’io?». Quando ha tredici anni, la famiglia si trasferisce nella vicina Stignano. L’anno dopo entra nell’ordine domenicano, il che gli consente di perfezionare la sua istruzione: va a Seminara per ascoltare le lezioni su Aristotele del medico Francesco Sopravia, poi a Cosenza per studiare teologia, e qui scopre l’opera dell’altro grande calabrese Bernardino Telesio. Scoperta insieme fausta e infausta, perché, sospettandolo di eresia, i suoi superiori lo relegano una sessantina di chilometri più a nord, nel convento di Altomonte. Campanella ha vent’anni.

Perciò noi andiamo a Stilo, Stignano, Seminara, Cosenza, Altomonte.

Poche parole sul noi. Siamo: Laura, Giuseppe, Sante ed io. Altri dovevano venire ma non sono venuti (uno è a Losanna, dove sta nevicando; un’altra l’abbiamo sentita due volte, in due giorni diversi, ed era sempre prigioniera del Grande Raccordo Anulare). Laura sa di storia dell’arte: tutte le cose che dirò a proposito di sculture pitture chiese in realtà le ha dette lei, io ripeto. Giuseppe e Sante fanno i restauratori e sono calabresi. Queste due qualità, non rarissime se prese separatamente ma difficili da trovare insieme, si riveleranno fondamentali per la buona riuscita del viaggio: perché Giuseppe e Sante conoscono, in una zona dove conoscere – che è sempre importante – è importantissimo.

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Istruzione

Chi dovrebbe insegnare italiano a scuola?


  di Claudio Giunta


Domenicale del Sole 24 ore, 20 luglio 2014

Premetto che

(1) credo che, in media, i migliori, i più colti e motivati (e, che non guasta, i più umili) tra gli studenti di Lettere, e tra i dottori in Lettere, siano gli studenti e i dottori in lettere classiche;

(2) non sono convinto del fatto che nel curriculum di uno studente di Lettere sia giusto dare all’insegnamento della/e letteratura contemporanea/e tutto lo spazio che gli si dà oggi (cioè da due-tre decenni a questa parte), fondamentalmente perché credo che all’università bisognerebbe studiare cose diverse da quelle che ci si vede intorno ogni giorno, che dovrebbero essere note per altre vie, e che non sempre meritano di essere studiate.

Ora che mi sono coperto le spalle con queste due belle premesse reazionarie, aggiungo una terza opinione che invece può suonare leggermente sovversiva: non credo che i laureati in latino o in greco o in glottologia, e insomma in discipline classiche, dovrebbero insegnare la letteratura italiana nelle scuole superiori.

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Cose che riguardano l'Italia

Open access per il materiale fotografico/2


  di Andrea Brugnoli

Poco meno di un anno fa si erano esposte in questa e altre sedi e in le ragioni di un appello al ministro per i Beni culturali per favorire una liberalizzazione nelle riproduzioni di beni culturali a fini di ricerca e studio, rielaborato e fatto proprio anche dalle maggiori associazioni nazionali di storici e archeologi. Grazie al fattivo supporto dei presidenti del Consiglio superiore dei Beni culturali, prima Salvatore Settis e poi Giuliano Volpe, tale appello è stato pienamente recepito e trasformato in un comma del cosiddetto decreto art-bonus voluto dal ministro Franceschini (d.l. 83/2014), come modifica al codice dei Beni culturali. Così recita il testo (art. 12, comma 3):

Al fine di semplificare e razionalizzare le norme sulla riproduzione di beni culturali, al Codice dei beni culturali e del paesaggio, di cui al decreto legislativo n. 42 del 2004 e successive modificazioni, sono apportate le seguenti modifiche:

a) al comma 3 dell’articolo 108 dopo la parola «pubblici» sono inserite le seguenti: «o privati» e dopo la parola «valorizzazione» sono inserite le seguenti: «, purché attuate senza scopo di lucro, neanche indiretto.»;

b) all’articolo 108, dopo il comma 3, è aggiunto il seguente: «3-bis. Sono in ogni caso libere, al fine dell’esecuzione dei dovuti controlli, le seguenti attività, purché attuate senza scopo di lucro, neanche indiretto, per finalità di studio, ricerca, libera manifestazione del pensiero o espressione creativa, promozione della conoscenza del patrimonio culturale:

1) la riproduzione di beni culturali attuata con modalità che non comportino alcun contatto fisico con il bene, ne’ l’esposizione dello stesso a sorgenti luminose, ne’ l’uso di stativi o treppiedi;

2) la divulgazione con qualsiasi mezzo delle immagini di beni culturali, legittimamente acquisite, in modo da non poter essere ulteriormente riprodotte dall’utente se non, eventualmente, a bassa risoluzione digitale.».

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Istruzione

Chi dovrebbe essere pagato di più, a scuola?


  di Claudio Giunta


[Domenicale del Sole 24 ore, 13 luglio 2014]

La scuola e l’università italiane sono quei posti in cui si entra in ruolo tardissimo, a quaranta, cinquant’anni (dopo ogni concorso c’è il servizio TV sul tale che vince la cattedra a un giorno dalla pensione), ma una volta entrati in ruolo si è praticamente inamovibili, nel senso che per essere licenziati bisogna perlomeno uccidere, e si è quasi immoti, nel senso che la poca carriera che si fa è legata soprattutto (e a scuola esclusivamente) all’anzianità di servizio. Specie a scuola, dove gli stipendi sono più bassi e il lavoro più stressante, non è davvero una buona strategia per ottenere insegnanti zelanti, coscienziosi e aggiornati. Dopo un po’, vedendo che la virtù non viene premiata e il vizio non viene punito, uno smette di dannarsi l’anima e fa quel che deve fare, niente di più.

Il disegno di legge del governo di cui ha parlato il sottosegretario Reggi in un’intervista a Repubblica si propone di intervenire su questo e altri problemi. “Tutte le ricerche internazionali – ha detto Reggi – concordano sul fatto che gli insegnanti italiani lavorano meno, guadagnano meno e non fanno carriera. Vogliamo ribaltare le tre conclusioni”. Lascio da parte i due primi punti e mi soffermo sul terzo: fare carriera significa insomma ricevere uno stipendio più alto rispetto ad altri colleghi, e senza che questo privilegio sia legato necessariamente all’anzianità. Mi pare una cosa giusta: nella scuola ci sono insegnanti bravissimi e insegnanti pessimi, e non si vede perché i primi non dovrebbero guadagnare più dei secondi, anche molto di più. Se non è solo effetto-annuncio, il fatto che il ministero intenda operare in questo senso è un’ottima notizia. Non è invece una buona notizia quella relativa ai criteri alla luce dei quali dovrebbero essere assegnati questi fondi: “premi stipendiali fino al 30 per cento per i docenti impegnati in ruoli organizzativi (vicepresidi, docenti senior) o attività specializzate (lingue e informatica)”. Questo è infatti un errore, e non piccolo.

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Istruzione

5 cose da fare per la scuola


  di Mauro Piras


www.insegnareonline.com

Finisce dunque anche quest’anno scolastico 2013-14. Siamo nella coda prevedibile di ogni giugno-luglio: il conto dei bocciati e dei “sospesi”, l’esame di maturità, la formazione degli organici, delle classi ecc. La solita coda fastidiosa e semi-avvelenata. E come sempre da qualche tempo la sensazione che anche quest’anno è stato pesante, difficile, anzi sempre di più, più del precedente. Perché questa sensazione crescente di stanchezza? La risposta si trova in alto, nella politica scolastica che non c’è. Ogni anno subiamo cambiamenti e trasformazioni di cui non capiamo il senso e la direzione. Ogni anno vediamo che i problemi di fondo restano sempre lì, e che le innovazioni, sovrapponendosi a essi, ci creano sempre maggiori difficoltà. Anche questo non fa eccezione, e soprattutto conferma l’assenza di un progetto sulla scuola.

Politicamente, il 2013-14 è stato piuttosto avventuroso, come si sa. Iniziato sotto la guida rassicurante ma incerta del mediatore Letta, si è chiuso, dopo il terremoto di febbraio e la presa di potere di Renzi, sotto la tempesta di riforme in parte annunciate, in parte in via di realizzazione, e con l’accelerata finale determinata dai risultati sorprendenti delle elezioni europee. In questi passaggi, la scuola ha avuto un ruolo, certo, ma alla fine viene fuori che, in entrambi i governi, mancava e manca del tutto una visione d’insieme salda.

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Libri

Questi anni alla Fiat Chrysler


  di Claudio Giunta


www.internazionale.it

È uscito dal Mulino il libro di Giorgio Barba Navaretti e Gianmarco I.P. Ottaviano Made in Torino? Fiat Chrysler Automobiles e il futuro dell’industria. Se ne è parlato, con Sergio Marchionne, al Festival dell’Economia di Trento. Ho fatto quattro domande a Giorgio Barba Navaretti.

A ripensarci, è strano quanto poco si parlasse tra noi della FIAT.

Abitavamo tutti, io e i miei compagni di scuola, tra il quartiere Santa Rita e il quartiere Mirafiori, a meno di un chilometro dalla fabbrica, e buona parte dei padri e delle madri lavorava in FIAT (non allaper la: in) o nell’indotto FIAT, per lo più come operai o quadri medio-bassi, perché erano quasi tutti immigrati dal sud, molti ormai, nei primi anni Ottanta, figli (e i miei compagni di scuola nipoti) di immigrati, ma tutti ancora meridionali nei redditi, negli accenti, nelle facce e, ovviamente, nei cognomi: Pichierri Barile Di Palma Beninato Giunta Lo Giudice (prima fila dal basso della foto di seconda media).

Della FIAT, nihil nisi bene: c’era Agnelli, lo stile-Agnelli, la Juventus, lo stile-Juventus, le colonie marine per i figli dei dipendenti, le attività ricreativo-culturali. Mio zio era iscritto alla Sezione Filatelia del Dopolavoro, morendo mi ha lasciato l’album dei francobolli. In gioventù, prima di fare il salto da colletto blu a colletto bianco, si era spappolato una mano sotto una pressa (e solo attorno ai vent’anni ho capito che la storia che in quel momento stava giocando – che in officina si divertivano a fare, sotto le presse, lo stesso gioco scemo che mio fratello faceva sul tavolo della cucina passando rapido la mano sinistra sotto un coltello senza taglio – era solo una bugia che mi avevano raccontato, una bugia per sdrammatizzare), ma l’incidente non gli aveva fatto cambiare idea: mio zio adorava la FIAT e tutto quello che le stava intorno.

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Libri

Su Camille Paglia, “Seducenti immagini”


  di Michele Dantini


Può non essere il libro di una storica dell’arte, ma è certamente un libro sulla storia dell’arte. Provvisto di una filosofia dell’arte, un’istanza patriottica e una teoria critica saldamente radicata in una prospettiva democratica.

In Seducenti immagini Camille Paglia si pone un problema educativo. Ciò che conta, afferma, è “imparare di nuovo a guardare”. La sua preoccupazione si volge soprattutto ai piccoli e agli adolescenti. Come potranno sopravvivere al caos visivo? E interessarsi al mondo là fuori, “con i suoi doveri e i suoi dilemmi morali”? Legioni di immagini sollecitano quotidianamente la nostra attenzione ammiccando dagli schermi di cellulari e monitor, dalla TV, dai cartelloni pubblicitari. Può sorprendere che una agit-prop si distolga dalla militanza di gender per interessarsi a problemi pedagogici o storiografici. Ma è così: dall’intero libro traspare un allarme. “La cultura americana”, scrive Paglia, “ha smarrito ogni equilibrio a causa dell’ossessione per il cruento sport della politica”. La femminista pro-sex è d’accordo con il filosofo conservatore. Paglia stringe la mano a Allan Bloom. Tra politica-spettacolo, eccessi decostruzionistici e isolazionismo etnico o sessuale è in gioco la “chiusura della mente americana”. Al grande pubblico manca “una cornice storica di conoscenze oggettive sull’arte”. E’ inoltre necessario restituire priorità a ecfrasi e “narrazione”.

Qui e là disseminate di gaie “attualizzazioni” a sfondo psicosessuale, le descrizioni di Paglia sono per lo più intriganti e originali se considerate da punti di vista extraspecialistici, di rado intralciate da preoccupazioni pedanti o punti di vista moralistici. Un modo insolito e brillante, il suo, antiformalistico sino all’aneddoto, per conquistare nuovi adepti alla causa del finanziamento pubblico dell’arte, oggi decurtato; e più in generale del “patrimonio”.

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Cose che riguardano l'Italia

@Uber e la legalità


  di Paolo Giovine


Kisbo.tumblr.com

Uber è una applicazione che permette di prenotare un auto con autista, conoscendo preventivamente il prezzo della corsa (che viene addebitato sulla carta di credito alla fine del servizio); mediamente più caro di un taxi, mediamente più comodo e rilassante (non c’è trucco, non c’è inganno).

Da tempo i tassisti, in quasi tutto il globo, cercano di frenare la crescita di Uber, opponendo pressapoco le stesse ragioni di legalità: in sintesi, chi conduce un taxi rispetta delle regole che Uber violerebbe, competendo in maniera scorretta; Uber nega la violazione delle leggi e/o contesta l’assenza di un quadro normativo chiaro e non anacronistico, che dia a tutti la possibilità di competere sul libero mercato.

Conosco Uber dai suoi primi giorni, l’idea mi è subito sembrata interessante, una valida alternativa al taxi; alternativa, quindi continuo a prendere taxi quando li trovo facilmente, se c’è Uber o un NCC comodo li uso senza problema.

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Libri

Lo scrittore invisibile


  di Matteo Marchesini


[«Il Foglio» del 3 maggio 2014]

Ho letto per la prima volta Berardinelli alla fine del liceo. Ed è stato subito un sollievo. Quel critico epigrafico e cordiale dava ordine e autorevolezza a molti pensieri che avevo già rimuginato a lungo in solitudine. Con una combinazione di empirismo e finezza teorica a me ignota, spiegava cosa succede ai libri in alcune situazioni pubbliche che tendono a neutralizzarne la carica eversiva: dentro le aule scolastiche, in mezzo alle assemblee politiche, nelle redazioni e negli uffici editoriali. Era il mio tema; e mie erano anche le sue conclusioni polemiche.

Vivevo infatti in un microcosmo bolognese in cui la cultura veniva usata come un mero lasciapassare sociale, e si presentava come un insieme di gerghi amministrati da gruppi sedicenti alternativi che emarginavano chiunque contestasse i loro rigidi quanto opachi presupposti ideologici. Leggendo Berardinelli mi sentivo meno solo. Eppure, non divorai subito la sua opera omnia. Forse perché, malgrado l’empatia, mi sembrava un po’ sfuggente. Alla mia fame lirica e filosofica, la sue polemiche apparivano troppo generiche, troppo asistematiche e povere di proposte. Spesso Berardinelli mi abbandonava sulla soglia di un’intuizione, di un’analisi, di un’invettiva, senza darmi la soddisfazione di veder ristabilito almeno a parole un “ordine nuovo” diverso da quello improbabile che avevo davanti. Capii le ragioni del suo stile dopo averlo conosciuto.

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Libri

Tutta la solitudine che meritate (l’inizio del libro)


  di Claudio Giunta


www.internazionale.it

Questo è l’inizio del reportage di Giovanna Silva (foto) e mio (testo) «Tutta la solitudine che meritate. Viaggio in Islanda» (edizioni Quodlibet Humboldt). Qui si trova altro materiale sul viaggio + fotografie (meravigliose, devo dire con la massima obiettività) dell’Islanda. Il libro si può comprare qui.

Decollando da Malpensa abbiamo visto la fila infinita dei TIR sulla A4 – un’ora prima anche noi ci eravamo in mezzo. Poi c’è il breve intervallo delle Alpi, i villaggi sparpagliati sui crinali come mucchietti di sassi sulla sabbia, poi la Francia, la Gran Bretagna. Guardando da così in alto ci si aspetterebbero grandi spazi liberi, la rarefazione degli esseri umani, invece è il contrario: ci si rende conto di come la solitudine sia ormai un’esperienza inconsueta, quasi impossibile, per il medio abitante dell’Europa. Riuscite a ricordare un giorno della vostra vita recente in cui non avete visto nessuno?

La costa dell’Islanda appare al finestrino una mezz’ora prima dell’atterraggio, l’aereo la segue per un tratto da est a ovest – perché l’Islanda è sì a nord ma è soprattutto a ovest, la Groenlandia è lì a un passo, il Canada non è lontano – e per una ventina di minuti quello che si vede è solo terra scura, montagne coperte di ghiaccio e il pennacchio di qualche geyser, che potrebbero anche essere soltanto nuvole basse. Le case cominciano più tardi. Ciò che si vede è ciò che si vedeva diecimila anni fa, ed è anche un annuncio di quella che, uscendo da Reykjavík, è la parte più memorabile di ogni esperienza islandese: ci si trova spesso da soli.

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