Libri

Su Lionel Trilling


  di

 


Trilling 2

Domenicale del Sole 24 ore, 19 luglio 2015

Quando studiavo all’università pensavo che della letteratura si dovesse parlare più o meno così: «… Qui la soluzione adottata, vale a dire 2ab, è tanto più seriamente gravata da sospetti di dualismo, in quanto 2b è dato sotto forma di glossa, e fra i due termini, anche strutturalmente, esistono solo rapporti di meccanica giustapposizione». Oppure così: «… La dinamica tensiva testo-lettore mentre rinvia ad un significato relazionale del testo, che si realizza di volta in volta nelle articolazioni della circolarità domanda-risposta-domanda, sottrae il lettore all’arbitrio del soggettivismo solipsistico, trasformando la soggettività esistenziale in soggettività etica in quanto ermeneutica». Eccetera.

‘Pensavo’ significa che l’iniziativa era mia: non erano quelli gli unici modelli, al liceo ne avevo incontrati altri più – come dire – amabili; e altri ne avrei conosciuti negli anni dell’università, anche dentro l’università. Ma l’ambiente agiva: e l’ambiente mi diceva che se volevo occuparmi di letteratura dovevo imparare un gergo, dare un’aria pseudo-scientifica o pseudo-filosofica alle mie opinioni sui libri (perché di pseudo-cultura si trattava: e stringe il cuore pensare che generazioni abbiano preso sul serio queste sciocchezze, e che ancora si prendano sul serio a scuola).

Continua »

Scarica l'articolo in PDFCrea un pdf di questo articolo

Cose che riguardano l'Italia

Le radici comuni dell’Europa


  di


Rocci

Il Foglio, 4 luglio 2015

Le radici comuni dell’Europa non sono né cristiane né pagane, le radici comuni dell’Europa sono nel liceo classico fatto a cazzo di cane. È l’unica conclusione che mi sento di trarre dopo giorni di lettura forsennata dei commenti alla vicenda greca, nei quali Alexis Tsipras è stato paragonato, in ordine sparso: all’astuto Ulisse che naviga nei mari della crisi in cerca di un approdo sicuro, sfuggendo alla Circe europea che trasforma gli stati in porci (i famosi Pigs); a Perseo che decapita l’orrida Gorgone della troika; a Ercole che decapita con più spargimento di sangue l’Idra di Lerna della medesima troika; ad Aiace colto da improvvisa pazzia; a Edipo che non si accorge di essere lui stesso la sciagura di Tebe; a Teseo che deve inventarsi un espediente per condurre la Grecia fuori dal labirinto; ad Achille che anziché vivacchiare preferisce morire giovane nell’eroico assedio referendario; a Giasone che vuole reimpadronirsi del vello d’oro del capitalismo; al tracotante Icaro che perde le ali per aver troppo alzato la posta dei negoziati; a Tantalo punito per aver barato sui conti pubblici, condannato a tendere invano le mani verso gli alberi rigogliosi del credito; ad Apelle figlio di Apollo che fece una palla di pelle di pollo (va bene, questa non c’era, l’ho aggiunta io). C’è poi chi ricorda che Tsipras non è Zeus, al limite un mortale di talento, e soprattutto che non è Re Mida. Per ciascuno di questi dèi, eroi e titani assortiti si trovano, a frugar bene nei giornali italiani ed europei, decine di articoli. Un colossale pride di antichi compulsatori del Rocci e del Montanari, o male che vada di fan dei cartoni animati di Pollon.

Continua »

Scarica l'articolo in PDFCrea un pdf di questo articolo

Cose che riguardano l'Italia

Fitness! Una deliziosa domenica a Rimini


  di


Rimini

Internazionale online

Il mio sociologo di fiducia, Giuseppe Sciortino, può anche dire che esagero, che do importanza ai fatterelli e non ai fatti, che sto scambiando la periferia per il centro, e che le statistiche continuano a dire che ad andare in palestra è comunque una piccola minoranza di italiani, altro che mania collettiva: pochi, o non tanti comunque, concentrati in una particolare fascia d’età. Niente di epocale, solo moda, molti meno di quelli che si fanno i selfie o i tatuaggi, perciò se cerco i segni dello Zeitgeist – e già è volgare farlo – è meglio se guardo da quelle parti.

Può darsi, ma non è strano sentire, in una pizzeria da asporto, la frase «Tanto devo fare massa», pronunciata da un cliente piuttosto robusto al pizzaiolo che gli ha appena consegnato non una ma, per errore, due pizze al prosciutto? E, se l’occasionale non conta, non è strano – e anche un po’ sinistro – che persone relativamente normali si facciano impiantare dei polpacci artificiali?

Per questo sono tornato al Festival del Fitness di Rimini: per vedere se lo spirito del tempo soffia in quella direzione, come mi era parso la prima volta che c’ero stato, due anni fa.

Soffia, soffia.

Il Festival del Fitness è una fiera, e infatti si tiene a Rimini Fiera, come il meeting di CL. Non ci sono altre analogie, salvo forse l’euforia, l’eccitazione che anche al meeting di CL non soltanto si respira nell’aria ma si vede sulla faccia trasfigurata dei fieristi: la preghiera libera endorfine, come lo spinning. È una fiera, e come tutte le fiere si rivolge o si rivolgeva, prima di tutto, agli addetti ai lavori: proprietari di palestre, istruttori. Ma non è una fiera come le altre, perché quello che si vende e si compra è lo ‘stare in forma’, e il numero delle persone che vogliono stare in forma è molto più alto di quello delle persone che vogliono cambiare la moto, o pittarsi le unghie, o parlare di Gesù. E sono anche persone più varie, un campione più rappresentativo di italiani. Perché naturalmente il Festival è un figaio ambosessi, ma soprattutto perché ci sono gli istruttori-dimostratori, che sembrano quasi tutti presi da Olympia della Riefenstahl, mentre il pubblico dei non addetti è fatto soprattutto di gente normale con un corpo normale, è il pubblico dei corsi di corpo libero in palestra, donne molto più che uomini, per lo più a gruppi, anche grupponi di cinquanta, che sono venuti a Rimini per la prima gita dell’estate: gente mite.

Continua »

Scarica l'articolo in PDFCrea un pdf di questo articolo

Istruzione

Un uomo solo al comando. Sulla riforma della scuola


  di

 


Coppi 2

Internazionale online

Qualsiasi discorso prende una piega diversa, a seconda che si parli o che si scriva, ma mi pare che nel discorso sulla scuola la forbice sia sorprendentemente ampia. Forse perché è un discorso strano in partenza: uno dei pochi in relazione ai quali il parere dei non esperti (tutti quelli che sono andati a scuola: cioè tutti) non è solo più interessante ma anche, spesso, più fondato di quello degli esperti. Se la scuola ha funzionato, non in generale, ma per X o per Y – è soprattutto questo, alla fine, che conta: ed è soprattutto il parere di X e di Y che conta.

Comunque sia, gli articoli che ho letto in queste settimane sulla progettata riforma della scuola mi sono sembrati quasi tutti documentati e corretti, ma un po’ astratti; come astratto – pietosamente astratto, devo dire – era il documento La buona scuola preparato l’anno scorso dal ministero, documento che infatti ha poi trovato poca o nulla rispondenza nel disegno di legge del governo: era letteratura motivazionale, come tanta altra.

Continua »

Scarica l'articolo in PDFCrea un pdf di questo articolo

Università

Il problema dell’università italiana, se bisogna dirne uno solo


  di


Foto

Internazionale online

Io sono entrato all’università come professore associato a 31 anni, al cinquanta per cento circa per merito mio. Il senso di colpa che provo per il cinquanta per cento mancante si mitiga un po’ quando mi guardo attorno e vedo docenti che sono, per l’università, più o meno quello che la criptonite è per Superman: il docente asino, il docente matto, il docente che fa da decenni sempre lo stesso (pessimo) corso, il docente che si presenta in aula tre volte e poi manda a far lezione i dottorandi (infinitamente migliori di lui, ma non pagati per insegnare, mentre lui lo è). Tale è (in parte, si capisce) il panorama umano che si contempla nelle università italiane: un dato che andrebbe ricordato ogni volta che si lamenta la scarsità dei finanziamenti, «lo Stato che ci ha abbandonato», l’idiozia delle verifiche ministeriali, le strettoie dell’Anvur; o ogni volta che si vanta l’eccellenza (una parola che si trova con frequenza sorprendente sulle labbra dei mediocri) degli atenei italiani. Gli atenei italiani pagano un gran numero di persone che in qualsiasi azienda privata (in qualsiasi azienda che, a differenza dello Stato, debba rispondere a qualcuno del proprio operato) verrebbero licenziate in tronco.

Che fare? Niente. Il passato è immedicabile, e anche l’immediato futuro. Per il futuro meno immediato si può provare a fare qualcosa, si sta facendo qualcosa. Tre anni fa, il MIUR ha bandito un mega-concorso al termine del quale un numero considerevole di ricercatori o di professori associati, nei vari settori disciplinari, sono stati dichiarati idonei allo scatto di carriera, cioè alla chiamata – rispettivamente – come professori associati o come professori ordinari. Meritavano tutti quanti questa abilitazione? Assurdo pensarlo. Qualcuno la meritava al cento per cento, qualcuno al cinquanta (come me a suo tempo), molti non la meritavano affatto (il docente che va in aula tre volte l’anno, per esempio: che, non insegnando, pubblica un mucchio). Ma al di là del merito, il problema è che gli atenei hanno, come sempre, pochi soldi, e per smaltire (cioè per promuovere) tutti questi abilitati ci vorranno anni (l’abilitazione ne durava quattro, ora ne dura sei: che è già un modo per dire ‘mettetevi comodi’). Questo è un peccato per gli interessati (che spesso meritano, e da anni, la promozione) ma è un peccato soprattutto per (1) chi ha avuto l’abilitazione ma non lavora già nell’università, e ancora di più per (2) quelli che non si sono abilitati perché due o tre anni fa, quando si sono presentate le domande, erano troppo giovani e non avevano abbastanza pubblicazioni (gli toccava concorrere, infatti, con gente di venti, trent’anni più anziana, che aveva pubblicato, com’è logico, molto più di loro: la qualità conta fino a un certo punto).

Continua »

Scarica l'articolo in PDFCrea un pdf di questo articolo

Istruzione

Il Dirigente scolastico


  di

 


Catellani

Rivista Il Mulino online

Le polemiche e le proteste degli insegnanti italiani sulla legge di riforma del sistema scolastico nazionale hanno assunto nelle scorse settimane toni assai violenti, e ancora proseguono, dal momento che il governo ha già ottenuto il voto della Camera, e dunque la legge sta diventando realtà. Uno dei suoi effetti sarà quello di disegnare una nuova figura di Dirigente Scolastico, dalle prerogative e dalle responsabilità decisamente accresciute, che è diventato nel lessico della protesta il “preside-sceriffo”, il “preside autocrate”, il vertice di una “scuola aziendalista” e anticostituzionale: uno dei suoi poteri sarà infatti quello di conferire e di riconfermare o meno nella sua scuola, a cadenza triennale, gli incarichi ai docenti di ruolo titolari sugli albi territoriali.

Questa innovazione ha una sua logica, forse sfuggita a molti, che è quella di potenziare la scuola dell’autonomia: se infatti le scuole devono costruirsi dei profili specifici tenendo conto del contesto sociale e culturale in cui sono chiamate ad operare, è evidente che devono essere svincolate il più possibile dal controllo centrale. I Dirigenti devono dunque rappresentare dei vertici decentrati della gerarchia ministeriale, assumendo nuove prerogative e compiti di governo delle scuole. Chi dissente da questa impostazione dovrebbe farlo auspicando un centralismo più accentuato: dunque tanto per cominciare nessuno spazio alla progettazione didattica autonoma, ma ritorno alla vecchia idea di ‘programma’ disciplinare uniforme per tutto il territorio nazionale, con conseguente scomparsa del Fondo d’Istituto, che in questi anni ha permesso ai docenti più attivi anche di incrementare il magro salario mensile. Appare dunque un cortocircuito il richiamo, all’interno della protesta, alla libertà d’insegnamento contro la scuola dell’autonomia.

Continua »

Scarica l'articolo in PDFCrea un pdf di questo articolo

Istruzione

Una ragionevole difesa della Buona Scuola


  di


Corteo

www.nelmerito.com

L’attuale dibattito critico sull’approvazione, alla Camera, del ddl del Governo sulla “Buona Scuola”, ora passato all’esame del Senato, suscita più di qualche riflessione. Gran parte delle doglianze che si sollevano nei confronti del ddl in questione sembrano inconsapevoli della circostanza che questo intervento normativo si muove, con spirito senz’altro più pragmatico che teorico, in un campo d’azione contingente ben preciso e sotto l’influenza di un disegno generale predefinito, per nulla inedito e largamente ispirato a valutazioni in parte già interne agli sviluppi consolidati della legislazione nazionale, in parte svolte a un livello differente da quello statale. 

Il corpo più significativo delle disposizioni del ddl è volto a introdurre misure funzionali a un vero e proprio piano di assunzioni, accompagnato da alcuni accorgimenti organizzativi finalizzati a renderlo il più effettivo possibile nell’immediato e a razionalizzare progressivamente alcune problematicità dell’assetto attuale. Questo, e null’altro, è l’ambito immediatamente operativo di una “revisione” che ha il tenore della “manutenzione” contingente e che, quindi,  non vuole essere né renovatio, né tanto meno reformatio. Il ddl intende, in altre parole, sia creare le condizioni materiali per una rapida e “straordinaria” soluzione della questione dei docenti precari (artt. 10-11), sia sperimentare, per questa via, un sistema di programmazione periodica dell’organico che consenta, anche pro futuro (ma, per dirla alla Manzoni, con juicio, data la gradualità delle relative previsioni), di bilanciare le istanze degli insiderscon quelle degli outsiders (art. 8). Lo scopo, come si vede, è duplice e del tutto ragionevole: rispondere all’urgenza determinata dalla pronuncia della Corte di giustizia sul noto caso Mascolo, da un lato; far fronte alle risalenti e incomprensibili sfasature tra organico di fatto e organico di diritto e sostituire, alle incertezze di una gestione soltanto annuale e sempre improvvisata, un metodo previsionale di maggiore durata.

Le rimostranze, però, prendono di mira gli strumenti prescelti, poiché – si dice – la messa in regime del piano di assunzione sarebbe consegnata alla discrezionalità non pienamente controllata dei dirigenti scolastici, il cui ruolo (v. all’art. 9) risulterebbe assai (o troppo) rafforzato, a discapito della certezza dello status dei docenti, e della loro libertà di insegnamento, e al di fuori di un chiaro meccanismo di responsabilizzazione, o valutazione, dei dirigenti stessi. Questi sarebbero, così, destinati a trasformarsi in piccoli tiranni locali, sensibili ad ogni tipo di influenza, politica o personale, nella cornice di un processo di evoluzione apertamente aziendalizzante degli istituti scolastici. A sostegno di simili rilievi si evidenzia che nel ddl sono i dirigenti a conferire gli incarichi di docenza all’interno delle singole istituzioni e che essi si possono anche avvalere di colloqui ad hoc, tenendo conto, altresì, delle candidature che anche gli aspiranti possono formulare. Di più: si osserva anche (v. all’art. 13) che è sempre il dirigente ad essere il vero dominus del rapporto di lavoro dei docenti, dal momento che gli spetta anche il compito di assegnare ogni anno una quota dell’apposito fondo per la valorizzazione del merito.

Continua »

Scarica l'articolo in PDFCrea un pdf di questo articolo

Cultura e società

750


  di


Torta

Domenicale del Sole 24 ore, 17 maggio 2015

Dante Alighieri si sarebbe molto meravigliato se gli avessero detto che nel 2015 gli italiani avrebbero festeggiato il suo settecento-cinquantesimo compleanno.

Non che avesse dubbi circa il proprio valore, o circa la durata della propria fama: non che non sapesse di essere un genio, e non che questa consapevolezza fosse temperata dalla modestia. Chi l’ha letto conosce bene le sue candide dichiarazioni di eccellenza, come quando nella Vita nova promette di dire un giorno di Beatrice «quello che mai non fue detto d’alcuna»; o come quando nel De vulgari eloquentia porta i suoi propri versi ad esempio di come dev’essere fatta una poesia in volgare; o come quando nel Convivio si assume il compito di illuminare «coloro che sono in tenebre e in oscuritade», e per farlo commenta per pagine e pagine tre sue canzoni, con la stessa serietà e con lo stesso rigore con cui si potevano commentare la Bibbia o Aristotele. E non pensava soltanto di possedere un talento fuori del comune, pensava anche che gli fosse stato riservato un destino fuori del comune, e cioè che la sua esistenza personale trascorresse all’ombra di eventi e alla presenza di enti la cui importanza andava molto al di là della sua semplice persona: nella canzone Amor che movi spiega che il suo amore è fatto della stessa materia di quell’Amore universale che governa l’universo, che è un raggio della luce divina; nella canzone Tre donne intorno al cor mi son venute spiega che il suo esilio è la prova di un generale imbarbarimento del mondo, il tramonto di tutte le virtù che un tempo erano in onore: Carità, Giustizia, Temperanza, Generosità; e la Commedia, naturalmente, è da cima a fondo il percorso di un iniziato, di un uomo toccato dalla grazia.

Continua »

Scarica l'articolo in PDFCrea un pdf di questo articolo

Libri

A cento anni dal “Contributo” di Croce


  di


Croce

Domenicale del Sole 24 ore, 10 maggio 2015

Esattamente un secolo fa, poche settimane prima che l’Italia entrasse nella Grande Guerra, Benedetto Croce stese di getto il Contributo alla critica di me stesso, oggi disponibile nelle edizioni Adelphi con le note aggiunte a margine nei decenni successivi. Il Contributo, scritto alla soglia dei cinquant’anni, è il pezzo più autobiografico di un filosofo che, come Catullo «voleva essere totus nasus», vorrebbe «essere giudicato tutto pensiero». Si tratta, è vero, di una «autobiografia mentale», o comunque di una vita esemplare; ma per sorprenderci, all’autore basta ritrarsi sdraiato su un sofà mentre rimugina sul suo sistema nascente.

Siamo davanti a un trionfo della prosa crociana: della sua musica rotonda, della sua patina antiquaria, ma soprattutto del suasivo movimento con cui il filosofo dimostra che le analisi più sottili sono traducibili in un motto di sano buon senso. Trionfa, qui, anche il più insistito Leitmotiv etico di Croce: quello dell’«operosità» che sola medica le ferite della vita, come il piccolo Benedetto apprese in un collegio di preti borbonici. Ed è impossibile non sorridere, riconoscendo il puntiglio del futuro filosofo laico nel ragazzo che prima di confessarsi distingue i peccati e li scrive su un foglietto. La formazione di Croce cambia segno dopo il terremoto di Casamicciola, che nel 1883 annienta la sua famiglia e lo seppellisce per ore sotto le macerie. Il superstite è accolto allora nella casa romana del politico Silvio Spaventa, cugino del padre e fratello del filosofo Bertrando. Il lutto, lo spaesamento, l’adolescenza: non stupisce che questa miscela abbia precipitato il giovane in una crisi d’ipocondria; e l’ostentato contegno olimpico dell’adulto deriva forse da questo periodo oscuro. «Quegli anni», confessa l’autore del Contributo, furono «i soli nei quali assai volte la sera, posando la testa sul guanciale, abbia fortemente bramato di non svegliarmi al mattino». Nella Roma del trasformismo, Benedetto si chiude in biblioteca. Ma a scuoterlo è Antonio Labriola, che con le lezioni sull’etica di Herbart gli offre un appiglio cui aggrapparsi nel naufragio della fede. Croce ricorda di averne recitato più volte i capisaldi sotto le coperte, come una preghiera. E’ con questo bagaglio che nell’86 torna a Napoli per rifugiarsi negli studi storici; e solo il bisogno di chiarirne il metodo lo convince a stendere nel ‘93 la prima memoria filosofica.

Continua »

Scarica l'articolo in PDFCrea un pdf di questo articolo

Libri

Milano, 12 maggio, ore 18, Essere #matteorenzi


  di


Martedì 12 maggio
2015 ore 18.00.
Casa della Cultura di Milano, Via Borgogna 3

MR2

Ne discutono con me Roberto Escobar e Mario Ricciardi.

Scarica l'articolo in PDFCrea un pdf di questo articolo

Next »