Cultura e società

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Torta

Domenicale del Sole 24 ore, 17 maggio 2015

Dante Alighieri si sarebbe molto meravigliato se gli avessero detto che nel 2015 gli italiani avrebbero festeggiato il suo settecento-cinquantesimo compleanno.

Non che avesse dubbi circa il proprio valore, o circa la durata della propria fama: non che non sapesse di essere un genio, e non che questa consapevolezza fosse temperata dalla modestia. Chi l’ha letto conosce bene le sue candide dichiarazioni di eccellenza, come quando nella Vita nova promette di dire un giorno di Beatrice «quello che mai non fue detto d’alcuna»; o come quando nel De vulgari eloquentia porta i suoi propri versi ad esempio di come dev’essere fatta una poesia in volgare; o come quando nel Convivio si assume il compito di illuminare «coloro che sono in tenebre e in oscuritade», e per farlo commenta per pagine e pagine tre sue canzoni, con la stessa serietà e con lo stesso rigore con cui si potevano commentare la Bibbia o Aristotele. E non pensava soltanto di possedere un talento fuori del comune, pensava anche che gli fosse stato riservato un destino fuori del comune, e cioè che la sua esistenza personale trascorresse all’ombra di eventi e alla presenza di enti la cui importanza andava molto al di là della sua semplice persona: nella canzone Amor che movi spiega che il suo amore è fatto della stessa materia di quell’Amore universale che governa l’universo, che è un raggio della luce divina; nella canzone Tre donne intorno al cor mi son venute spiega che il suo esilio è la prova di un generale imbarbarimento del mondo, il tramonto di tutte le virtù che un tempo erano in onore: Carità, Giustizia, Temperanza, Generosità; e la Commedia, naturalmente, è da cima a fondo il percorso di un iniziato, di un uomo toccato dalla grazia.

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Libri

A cento anni dal “Contributo” di Croce


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Croce

Domenicale del Sole 24 ore, 10 maggio 2015

Esattamente un secolo fa, poche settimane prima che l’Italia entrasse nella Grande Guerra, Benedetto Croce stese di getto il Contributo alla critica di me stesso, oggi disponibile nelle edizioni Adelphi con le note aggiunte a margine nei decenni successivi. Il Contributo, scritto alla soglia dei cinquant’anni, è il pezzo più autobiografico di un filosofo che, come Catullo «voleva essere totus nasus», vorrebbe «essere giudicato tutto pensiero». Si tratta, è vero, di una «autobiografia mentale», o comunque di una vita esemplare; ma per sorprenderci, all’autore basta ritrarsi sdraiato su un sofà mentre rimugina sul suo sistema nascente.

Siamo davanti a un trionfo della prosa crociana: della sua musica rotonda, della sua patina antiquaria, ma soprattutto del suasivo movimento con cui il filosofo dimostra che le analisi più sottili sono traducibili in un motto di sano buon senso. Trionfa, qui, anche il più insistito Leitmotiv etico di Croce: quello dell’«operosità» che sola medica le ferite della vita, come il piccolo Benedetto apprese in un collegio di preti borbonici. Ed è impossibile non sorridere, riconoscendo il puntiglio del futuro filosofo laico nel ragazzo che prima di confessarsi distingue i peccati e li scrive su un foglietto. La formazione di Croce cambia segno dopo il terremoto di Casamicciola, che nel 1883 annienta la sua famiglia e lo seppellisce per ore sotto le macerie. Il superstite è accolto allora nella casa romana del politico Silvio Spaventa, cugino del padre e fratello del filosofo Bertrando. Il lutto, lo spaesamento, l’adolescenza: non stupisce che questa miscela abbia precipitato il giovane in una crisi d’ipocondria; e l’ostentato contegno olimpico dell’adulto deriva forse da questo periodo oscuro. «Quegli anni», confessa l’autore del Contributo, furono «i soli nei quali assai volte la sera, posando la testa sul guanciale, abbia fortemente bramato di non svegliarmi al mattino». Nella Roma del trasformismo, Benedetto si chiude in biblioteca. Ma a scuoterlo è Antonio Labriola, che con le lezioni sull’etica di Herbart gli offre un appiglio cui aggrapparsi nel naufragio della fede. Croce ricorda di averne recitato più volte i capisaldi sotto le coperte, come una preghiera. E’ con questo bagaglio che nell’86 torna a Napoli per rifugiarsi negli studi storici; e solo il bisogno di chiarirne il metodo lo convince a stendere nel ‘93 la prima memoria filosofica.

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Libri

Milano, 12 maggio, ore 18, Essere #matteorenzi


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Martedì 12 maggio
2015 ore 18.00.
Casa della Cultura di Milano, Via Borgogna 3

MR2

Ne discutono con me Roberto Escobar e Mario Ricciardi.

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Istruzione

Tutto bene a scuola?


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Corriere di Bologna, 8 maggio 2015

Un poeta ha scritto che il peccato peggiore è quello di fare la cosa giusta per il motivo sbagliato. La sua intuizione è forse il migliore commento per i recenti scioperi della scuola.

Le proteste sembrano riuscite. Alti tassi di adesione allo sciopero, piazze piene, solidarietà vaste, anche se non raramente pelose. E’ possibile, forse probabile, che chi protesta la spunti.  Gli articoli più importanti del provvedimento sono stati già «temporaneamente» accantonati e il governo ha già annunciato ascolto e comprensione. Se tutto si fermerà, celebreranno per l’ennesima volta la grande conquista di vivere qualche altro anno di ulteriore triste declino.

Il paradosso è questo. Tra tutte le categorie di lavoratori, gli insegnanti sono tra coloro che hanno i maggiori diritti di protestare. Sarebbero la forma più antica di figura professionale, quella a cui affidiamo i nostri figli, quella che maggiormente contribuisce a formare il tono della vita civile. Per loro, il termine «vocazione» è del tutto appropriato.

Eppure, la loro situazione materiale non potrebbe essere diversa. Spesso giunti all’insegnamento per ripiego, sono pagati poco e gestiti peggio. Vengono reclutati con procedure bizantine, che tutelano tutto salvo le capacità e la motivazione. Le loro carriere sono dominate dalla legge ferrea dall’anzianità. Gli viene concesso qualche magro privilegio – i tre mesi estivi, la non licenziabilità – e gli viene negato il rispetto. Spesso tollerati dagli studenti, sovente disprezzati dalle famiglie, generalmente ignorati dalla società. I tanti bravissimi insegnanti nelle nostre scuole imparano subito che avranno esattamente, al millimetro, lo stesso trattamento della minoranza di loro che vive invece l’insegnamento come una sinecura.

Eppure, di tutto questo quadro desolante non vi era traccia nei cortei di questi giorni. Nei comunicati sindacali, non vengono nemmeno menzionati. Eccetto la vaga foglia di fico della difesa della scuola pubblica, il resto sono rivendicazioni più che conservatrici, reazionarie. Disprezzateci pure, pagateci poco, ma tutti uguale e senza alcuna verifica. Davanti allo spettro dell’accesso per concorso pubblico, sono state riscoperte persino le virtù del precariato. Non è strano che le uniche voci intrise di orgoglio professionale siano quelle di quegli insegnanti, come Olga Rapelli, che hanno scelto di non scioperare?

I provvedimenti governativi meritano molte critiche, e davvero molte cose sarebbero migliorabili. Ma oggi viene da chiedersi qualcosa di più semplice, e quindi di più radicale. Davvero non si può competere al rialzo? Cosa succede a una professione, quando i suoi rappresentati considerano il tirare a campare come l’obiettivo più ambizioso?

 

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Istruzione

La Buona scuola e quello che serve davvero alla scuola italiana


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Internazionale online, 7 maggio 2015

Che cosa serve alla scuola italiana? A questa domanda si può rispondere in due modi: pensando a una “vera riforma”, o soltanto ai “prerequisiti di una riforma”.

Dal primo punto di vista, si potrebbe rispondere: alla scuola italiana serve una rivoluzione della didattica nella secondaria, di primo e secondo grado, e quindi una maggiore unità del percorso dell’obbligo, la ristrutturazione dei cicli, l’alleggerimento dei programmi, una didattica più attiva, meno “estensiva” e più “intensiva”, il ripensamento (e forse l’abolizione) del gruppo classe e delle bocciature, una maggiore permeabilità degli indirizzi. E ancora: lo sviluppo di una istruzione tecnica superiore e di una educazione degli adulti degne di questo nome. Il problema dell’istruzione italiana è infatti la sua incapacità di garantire livelli di apprendimento decenti e diffusi, rivelata dai dati allarmanti sulla dispersione scolastica (soprattutto nel biennio delle superiori), sulle competenze degli studenti italiani nei test internazionali, sul grado di analfabetismo funzionale nella popolazione. Di queste cose dovremmo discutere per mettere in cantiere una vera riforma della scuola.

Tuttavia, la scuola italiana ha anche problemi strutturali che precedono la scelta tra un modello di didattica e un altro. Da qui nasce la possibilità, anzi, l’urgenza di rispondere a quella domanda innanzitutto nel secondo senso: quali prerequisiti strutturali bisogna garantire alla scuola italiana, per mettere in cantiere, in seguito, una riforma della didattica?

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Libri

Venerdì 8 a mezzogiorno a Venezia si parla di Islanda


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E si vede pure, l’Islanda.
All’università Ca’ Foscari, Aula Azzurra, Ca’ Bernardo, ore 12.


Giunta

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Libri

Una dichiarazione d’amore a Guido Calogero


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Calogero-Bobbio

www.internazionale.it

La prosa dei filosofi sui giornali, oggi, suona così (testo 1):

La terza navigazione è quella stessa di Socrate, dove l’apallagé radicale dalla doxa dei molti (polloì-kakoì!) non è che l’inizio del ritorno a sé, all’anima-psyché organo di ogni theoria, condizione trascendentale di ogni conoscenza […]. Questa è dipartenza radicale e senza ritorno: essa è concepibile, sì, soltanto al termine del viaggio dell’anima lungo tutto il Reich der Verstand (Kant), ma ne rappresenta insieme la trasgressione…

La prosa dei filosofi sui giornali, nei primi anni Sessanta, suonava invece così (testo 2):

Si dirà che si deve aver riguardo per chi è stato educato da secoli a questo modo, cosicché ci vorranno secoli perché acquisti una religione meno superstiziosa? Ma il problema è, appunto, che ci vogliano secoli, e non millenni: come ci vorranno, viceversa, se di queste cose non si parlerà mai, e non si discuteranno i criteri dell’esperienza religiosa comune, e si continuerà a chiamare ‘edificante’ una morte in cui un individuo abbia fatto gesti di propiziazione all’ultimo momento, quando niente è meno edificante di una simile manifestazione di servilismo teologico, che umilia nello stesso tempo l’ossequiante e l’ossequiato.

In realtà, il confronto è un po’ ingiusto, perché non tutti i filosofi contemporanei sono dei fumosi chiacchieroni, né tutti i filosofi che scrivevano cinquant’anni fa erano Guido Calogero. Ma è un fatto che di prosa del genere (testo 2) non mi pare di vederne, sui giornali e sulle riviste odierne, non so se per colpa dei giornali e delle riviste, o per colpa di chi ci scrive, o per colpa di un pubblico che anziché leggere i libri li usa per ammobiliarci il salotto. Si legge dunque questo Quaderno laico (Un’antologia, a cura di Guido Vitiello, Liberilibri 2015) con un po’ di nostalgia per i bei tempi andati. Guido Calogero è stato uno dei maggiori studiosi italiani di filosofia antica e di logica; ma è stato anche molto altro, e a lui si deve, per esempio, anche il miglior libro sulla scuola che io conosca, Scuola sotto inchiesta (Einaudi 1957: perché non ristamparlo?), anche questo non un libro-libro ma un collage di saggi e articoli usciti su giornali e riviste.

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Cose che riguardano l'Italia

Ricerca storica e libertà di scatto


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Degeneres

Una raccolta di firme a favore della riproduzione libera e gratuita delle fonti documentarie in archivi e biblioteche

Collegandosi al link

https://fotoliberebbcc.wordpress.com/category/adesioni-e-contatti/

si potrà firmare a favore della riproduzione libera e gratuita delle fonti documentarie (manoscritti, documenti d’archivio e volumi storici) in archivi e biblioteche tramite mezzo proprio (fotocamera o smartphone). Una richiesta che punta a estendere la libertà di scatto ai beni bibliografici e archivistici nel rispetto delle norme a tutela di privacy e diritto di autore, riproponendo lo spirito originario del decreto Art Bonus voluto da Franceschini come è stato già illustrato a settembre su «Il Giornale dell’Arte».

Hanno già firmato personalità di spicco del mondo della cultura e dell’Università come Gregorio Arena (Labsus), Massimo Bray (direttore editoriale Treccani), Massimo Cacciari, Claudio Ciociola (Sns), Andrea Carandini, Umberto Curi, Carlo Federici, Carlo Ginzburg (Sns), Andrea Giardina (Sns), Pierre Gros, Adriano Prosperi (Sns), Alfredo Stussi, Gianni Vattimo giuristi come Lawrence Lessig (Harvard University, fondatore delle licenze «creative commons»), nonché alcuni degli osservatori più attenti e autorevoli nel panorama dei beni culturali e delle frontiere dell’open data come Marisa Dalai Emiliani, Roberto Cecchi, Roberto Delle Donne, Mariella Guercio, Adriano La Regina, Daniele Manacorda, Ludovico Ortona, Antonio Pinelli, Giuliano Volpe (presidente del Consiglio Superiore per i Beni culturali e paesaggistici del Mibact), Bruno Zanardi, Luigi Zangheri (presidente dell’Accademia delle Arti del Disegno di Firenze), Marco Contini (direttore della Società Pannunzio per la libertà d’informazione), Flavia Marzano (presidente degli Stati Generali dell’Innovazione), Tomaso Montanari e Giovanni Solimine.

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Cultura e società

La cultura dell’eccezione. Un sabato mattina alla Biblioteca Nazionale di Roma


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Orologio

Roma, 11 aprile 2015. Sono arrivata alla Biblioteca Nazionale alle 9 di sabato mattina. Il sabato mattina la Biblioteca è aperta dalle 8.30 alle 13.30. Arrivo fiduciosa: devo consultare libri recenti, generalmente prestabili e fotocopiabili. Dopo anni passati su materiale antico, inamovibile e non riproducibile se non a costi altissimi, è un sollievo.

Desidero consultare un’edizione critica, fuori catalogo e non acquistabile. Un’edizione critica, com’è noto, fissa il testo, offrendo le varianti redazionali di un’opera. Volendo a mia volta offrire ai miei studenti alcune di quelle varianti, e il confronto tra di esse e il testo ormai acquisito, disponibile in molte edizioni tascabili, voglio introdurmi in biblioteca con il mio tascabile, sul quale segnare le varianti. Non si può entrare nella biblioteca nazionale con libri propri, salvo motivate eccezioni debitamente autorizzate: chiedo l’eccezione, mi mandano in un ufficio, il responsabile mi ascolta e mi firma un foglio.

Entro nella biblioteca semideserta. Ho ordinato tre libri da internet. Di quei libri devo vedere il contenuto: ma, come ogni ricercatore sa, capita che a volte un libro risulti poco utile per la ricerca; o che ne risultino utili solo poche pagine. Dei tre libri che ho ordinato, uno è quasi inutile: mi bastano 10 fotocopie. Gli altri due invece sono fondamentali: poiché non li posso acquistare, decido di fotocopiarne l’introduzione e gli apparati, per un totale di 117 fotocopie. Alle 9.23 mi presento al servizio riproduzioni, unica utente: fanno i conti, mi fanno pagare 16 euro e 10, e mi dicono candidamente che le fotocopie potrò ritirarle la prossima settimana, perché oggi è sabato e non si fanno così tante fotocopie. Guardo l’orologio e chiedo se il servizio non è aperto, come recita l’orario, sino alle 13. Mi dicono di sì, certo, ma aggiungono che così tante fotocopie non si possono fare entro l’una. Formulo a voce bassa la domanda che in Italia è sempre più rara: «Perché?». Imbarazzata, la dipendente non risponde, ripete a mezza voce: perché siamo in due, è sabato, non si fanno così tante fotocopie. Continuo a guardare l’orologio e con tono piangente chiedo un’eccezione, perché lavoro a Bergamo (anche se abito a Roma). La signora mi concede l’eccezione, pregandomi però di non azzardarmi a presentarmi al bancone se non pochi minuti prima delle 13, perché prima non ce la fanno. All’Università ho una fotocopiatrice molto meno evoluta della loro, e molta meno esperienza e familiarità di chi gestisce per mestiere un centro fotocopie: 117 copie si fanno in una mezz’ora.

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Libri

Su Machiavelli. Un’intervista di Blanca Llorca Morell a Francesco Bausi


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Machiavelli

Francesco Bausi è uno dei maggiori esperti viventi di Machiavelli. Questa intervista è stata pubblicata in catalano su «Diàlegs. Revista d’Estudis Polítics i Socials», XVI 2013, e poi in italiano su «Interpres», XXXII 2014, a cura di Blanca Llorca Morell. È lunga ma merita di essere letta tutta, specie la parte finale, come contravveleno alle semplificazioni scolastiche e all’idiozie sulla ‘attualità di Machiavelli’, ‘Machiavelli nostro contemporaneo’ e via dicendo. 

Nel 1513 Machiavelli annuncia la composizione del ‘Principe’. Che cosa spinge Machiavelli a scrivere, in quel momento, un’opera sui principati, e con quale intento la scrive?

Anche se nella celebre lettera a Francesco Vettori del 10 dicembre 1513 M. presenta dapprima il Principe come un’opera nata dallo studio disinteressato e dalla pura speculazione, la parte finale dell’epistola chiarisce che il trattato fu composto innanzitutto con uno scopo pratico: riabilitarsi presso i Medici e ricevere da loro un qualche incarico amministrativo o politico, anche il più modesto («voltolare uno sasso», secondo la colorita espressione usata da M. nella stessa lettera), in modo da sfuggire alla povertà e all’inazione cui la perdita dell’ufficio e poi il confino in campagna lo avevano costretto. Il Principe avrebbe dovuto infatti dimostrare la competenza politica del suo autore e la sua preparazione storica, favorendo un suo impiego al servizio di Giuliano de’ Medici, con cui M. già aveva buoni rapporti (gli aveva inviato, nel febbraio-marzo 1513, due sonetti dal carcere, implorando e ottenendo la liberazione) e che sembrava sul punto di diventare «principe nuovo» grazie al fratello, il papa Leone X. Questo rimase a lungo l’obiettivo primario di M.: ancora all’inizio del 1515, in una sua lettera al Vettori, egli si appassiona per la notizia dell’imminente concessione a Giuliano di uno stato «nuovo» nell’Italia settentrionale, e gli propone il modello di Cesare Borgia, che anche nel trattato è figura centrale. Tutto ciò con la speranza di poter avere un ruolo in questo principato, anche grazie a un amico potente come Paolo Vettori, fratello di Francesco, che insieme a Giuliano avrebbe dovuto vincere la resistenze di due nemici dichiarati di Niccolò, quali Leone X e il cardinale Giulio de’ Medici. Il loro veto, insieme al tramonto delle speranze principesche di Giuliano (e, poco dopo, alla sua grave malattia), vanificò questo progetto. Tuttavia, la composizione del Principe scaturisce anche da una riflessione politica più generale, innescata dal mutamento politico avvenuto a Firenze nel 1512 con la caduta del regime soderiniano e con il ritorno dei Medici. Alla specifica situazione dello stato fiorentino – che M. definisce «principato civile»: un regime formalmente repubblicano entro il quale si afferma però un potere forte di tipo monarchico – è dedicato il cap. ix; ma tutta l’opera nasce dalla persuasione che nel mutato contesto italiano ed europeo gli stati principeschi siano quelli più adatti a sopravvivere e ad espandersi. Una persuasione cui M. giunge grazie alle sue esperienze diplomatiche e alla constatazione del declino della repubblica di Firenze, dovuto alle divisioni interne e alla eccessiva complessità e lentezza del suo ordinamento politico. Non per nulla, nell’ultimo capitolo del trattato si afferma che solo riunificandosi sotto un solo principe l’Italia potrà liberarsi dagli invasori stranieri.

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